Il Cimitero dei carretti siciliani

Dietro la grande Cattedrale normanna che si staglia fiera e solenne nel cielo terso, di un azzurro africano, c’è il negozio del Puparo. E loro stavano lì, in fila, uno più bello e colorato dell’altro. Gli ultimi carretti siciliani, con le scene della vita di Santa Rosalia e delle gesta dei paladini di Francia dipinte sulle fiancate.

carretto siciliano

Ma adesso non ci sono più, li hanno portati via. Li hanno attaccati ai cavalli bardati a festa, con i pennacchi colorati e i campanellini d’oro che trillavano, come se dovessero andare a una festa di paese. Sono partiti all’alba, in fila indiana, anche i cocchieri si erano messi il costume tradizionale, sembrava proprio che stessero andando a una sagra. Ma i cavalli erano nervosi, non lo volevano fare quel viaggio, camminavano lenti e gli uomini lo sapevano che era inutile spronarli, anche con la frusta non avrebbero accelerato il passo, lo facevano apposta a impiegarci tanto tempo. Speravano che qualcuno all’ultimo minuto cambiasse idea.

Non appena è cominciata la salita, gli animali sono diventati ancora più irrequieti, sbuffavano e scartavano di lato, quasi si impennavano. Volevano tornare indietro. I cocchieri hanno fatto fatica per riportarli all’ordine, per indurli a fare l’ultimo pezzo di salita, prima della strada sterrata. A quel punto i destrieri si sono arresi e hanno cominciato a trottare, per mettere fine a tutto, il prima possibile. Il cancello era aperto, li stavano aspettando.

I cavalli rassegnati sono entrati a testa bassa, le orecchie calate, gli occhi tristi. Hanno fatto il giro del capannone e si sono fermati davanti al Cimitero dei Carretti Siciliani. Enormi cataste di legno colorato, intagliato e scolpito giacevano sotto il primo sole. Li distruggono con le accette, spaccano le ruote, le fiancate, sventrano i sedili e li ammassano alla rinfusa.

Alla base delle cataste ci sono i pezzi dei carretti più vecchi, ormai sono tutti scoloriti, le immagini dipinte sulle fiancate non si vedono quasi più. Man mano che si va verso l’alto, le tinte si fanno vivide e si riconoscono pezzi delle scene che c’erano dipinte: Orlando con la spada in mano ma senza testa, Angelica con mezza faccia e mezzo corpo, Rinaldo col naso scheggiato. E di Santa Rosalia, la Santuzza, dentro la grotta di Monte Pellegrino, si riconoscono le mani giunte in preghiera.

carretto sicilianoI cavalli hanno cominciato a nitrire forte quando li hanno staccati dai carretti, scalciavano e si sono imbizzarriti. Li hanno dovuti portare via, dietro il capannone prima di cominciare la mattanza. I cocchieri si sono tolti la coppola dalla testa. Appena è partito il primo colpo di ascia contro il legno, i cavalli hanno smesso di agitarsi, sono rimasti immobili, sembravano di pietra. E hanno calato la testa, il muso a terra, nella polvere. I cocchieri sono rimasti a guardare la distruzione del primo carretto, poi se ne sono andati, al galoppo. Alla fine, Orlando e Rinaldo, Angelica, Bradamante e Santa Rosalia sono rimasti lì, in mezzo ad altre centinaia di Orlandi, Rinaldi, Angeliche, Bradamanti e Sante Rosalie, aspettando la notte.

Perché si dice che di notte al Cimitero dei Carretti Siciliani si sentano strani rumori. Fragore di combattimenti, urla, preghiere accorate e musica. Ma soprattutto sospiri e gemiti d’amore. Si racconta che quando la luna brilla alta nel cielo scuro, tempestato di stelle, i carretti si ricompongano pezzo per pezzo. Ognuno riconosce le parti che gli appartenevano e se ne riappropria, poi si mettono in cerchio e cominciano a girare accompagnati da suoni antichi e struggenti. E’ durante quel girotondo che i personaggi delle scene dipinte sulle fiancate prendono vita e scendono sul terreno polveroso, rigato dai segni delle pesanti ruote di legno.

Orlando, bello e fiero nella sua armatura luccicante, con un pennacchio blu sull’elmo d’argento, prende per mano Angelica di bianco vestita e la conduce dietro una vecchissima catasta di legno, ormai senza vita. In cima c’è un antico portale scrostato, con le le enormi cerniere di ferro arrugginito e le grandi maniglie rotonde ancora attaccate. Orlando prende in braccio Angelica e scala quella montagnola scheggiata, per raggiungere quello che è il loro talamo.

Si inebria annusando il profumo dei lunghi capelli biondi, si perde nel cielo di quegli occhi adoranti e, nonostante l’armatura, percepisce il guizzare dei capezzoli sotto la leggera veste candida. Una volta in cima, la poggia delicatamente sul portone duro, scomodo, traballante e l’ammira in tutto il suo splendore. Lei si lascia guardare, amare, possedere da quegli occhi di fuoco, sorridendo timidamente lasciva, offrendosi al paladino che la brama.

Orlando

La veste trasparente rivela e nasconde la sua nudità, lisce curve che promettono intime delizie capaci di far perdere il senno. Il membro duro di Orlando adesso preme contro il sottile strato di seta che riveste internamente la sua corazza. Il dolore del piacere è così intenso che il prode guerriero aspetta ancora un po’ prima di assaggiare quel frutto pronto a farsi cogliere. Lei sbatte le lunghe ciglia, cambia posizione, si mette di lato, mostrandogli la rotondità del sedere niveo. Scopre i denti in un sorriso invitante che lascia trasparire tutta l’urgenza del suo desiderio.

Ed è lì che lui la prende, su quell’antica porta massiccia. Le solleva la veste, ormai la delicatezza e la gentilezza sono scomparse, c’è soltanto la passione selvaggia. Lei spalanca le lunghe gambe lisce, la pelle d’avorio brilla sotto la luce della luna, si denuda il piccolo seno e inarca la schiena.

Lui la penetra senza togliersi l’armatura, liberando il sesso che reclama carne morbida e avvolgente. Angelica geme sotto il peso del ferro freddo e pungente, la corazza la graffia, ma lei non se ne accorge nemmeno e lo accoglie dentro di sé, ingorda e liquida di piacere. Orlando chiude gli occhi, si muove piano dentro di lei e sente i suoi gemiti, i sospiri, le piccole grida di lussuria. La sua bocca trova i capezzoli rosa, morbidi e sfrontati, golosi come piccoli acini d’uva, dolci e sodi. Glieli succhia, glieli morde, lecca tutto il seno e la annusa, godendo del profumo lascivo che emana la sua pelle.

Quando il culmine del piacere li travolge, la bacia, apre la bocca sulle labbra schiuse della sua amata. E lei gli offre la lingua morbida e guizzante che lui accoglie con nuova e rinnovata passione. Intanto i carretti continuano a girare ormai freneticamente, la musica è sempre più incalzante, in perfetto accordo con il ritmo della passione dei due amanti.

AngelicaI cani randagi si mettono ad abbaiare e quelli delle case vicine ululano alla luna. E la loro voce arriva fino alla stalla dove dormono i cavalli dei Carretti che nitriscono forte. Dicono ogni mattina gli operai del Cimitero trovino impronte di ruote di carro sul terreno sterrato e che non hanno mai capito come sia possibile, il cancello è sempre chiuso e la catena intatta. E che le cataste di pezzi di legno colorato sono diverse da come le hanno lasciate, o sono di più o sono di meno. O più grandi o più piccole.

Si racconta anche che una notte uno dei cavalli dei Carretti, una femmina tutta nera, sia scappata e sia andata al Cimitero. La giumenta non è mai tornata e non se ne è saputo più niente. Il mattino dopo gli operai del Cimitero hanno trovato un pezzo di carretto lontano dalle cataste, un po’ isolato. C’era dipinto Brigliadoro, il destriero di Orlando, che aveva accanto un altro cavallo tutto nero che non avevano mai visto prima. E anche l’espressione della dolce Angelica e dell’intrepido paladino sembrava diversa. Sorridevano.

Eh sì, si dice che di notte al Cimitero dei Carretti Siciliani succedano cose strane e misteriose ma si sa che la gente ha un sacco di immaginazione.


Ricetta: Tortino di sarde con cous cous al pesto di arance rosse

Ingredienti per 2 persone:

10 sarde (o giù di lì, dipende dalla grandezza dei pesci)

il succo di 1 arancia rossa

1/2 bicchiere di vino bianco

pan grattato q.b.

semi di sesamo (stessa quantità del pan grattato)

olio e.v.o.

sale q.b.

sarde a libro
Per il pesto:

1 arancia rosa

1 ciuffo di foglie di basilico

una decina di foglie di menta

20 mandorle pelate

1 spicchio d’aglio

olio e.v.o

sale q.b.

pepe bianco q.b.

 

Per il cous cous:

50 gr. di cous cous precotto

50 ml di brodo di pesce

olio e.v.o

Pulisci e apri le sarde a libro privandole anche della coda, i pescivendoli gentili lo fanno, e mettile a marinare per un paio d’ore in una terrina con il succo dell’arancia rossa, il mezzo bicchiere di vino bianco, tre cucchiai di olio e.v.o e un po’ di sale.

cous cous

Mentre aspetti, metti pochissimo olio in una padella antiaderente e quando è caldo versaci il cous cous, fallo tostare, ma non colorare, e non appena è ben lucido spegni il fuoco, aggiungi il brodo e copri. Il brodo deve essere già salato, ma quando il cous cous è pronto, e cioè dopo una decina di minuti, assaggia e nel caso regola di sale.

Nell’attesa, metti nel bicchiere di un frullatore l’arancia sbucciata a vivo e tagliata a pezzi, il basilico, la menta, le mandorle, lo spicchio d’aglio, il sale, il pepe, l’olio e un paio di cucchiai della marinata delle sarde.

Quando le sarde sono pronte, passale nel pan grattato a cui hai aggiunto i semi di sesamo e un po’ di sale. Con una forchetta sgrana il cous cous, aggiungi il pesto di agrumi, lasciandone un po’ da parte per dopo, e mescola bene.

Ungi con olio e.v.o. uno stampino di alluminio monoporzione e foderalo con le sarde, mettine una o due al fondo, dipende dalla grandezza dei pesci, e le altre sulle pareti, i lati leggermente sovrapposti e le basi appena piegate su quella che sta sotto. Inserisci il ripieno di cous cous al pesto, lasciando lo spazio per chiudere il tortino con un’altra sarda.

Passa in forno preriscaldato a 180° per 15 minuti, sforna e lascia riposare per una decina di minuti prima di togliere i tortini dagli stampi. Impiatta e versa un po’ di pesto sul tortino. Guarnisci il piatto con una pioggia di buccia di arancia grattugiata.

pompelmo rosa

Per preparare questa ricetta ci vorrebbe un cantastorie che, con i suoi canti d’amore e d’armi, accarezzasse le tue orecchie e scaldasse il tuo corpo e il tuo cuore. In mancanza di meglio, devi ricorrere alla tecnologia. Su YouTube trovi tanti video sul teatro dei Pupi e le gesta dei Paladini di Francia, li puoi scaricare e convertire in MP3 o ascoltarli direttamente dal tuo portatile. Sarà una splendida colonna sonora per la realizzazione della ricetta.

veste bianca

E poi sappi che questo piatto va gustato a tarda sera, dopo estenuanti giochi d’amore che offrirai al tuo Paladino, di bianco vestita. Prima sazierai il suo corpo e il suo cuore e infine il suo palato con Amore, Passione e Piacere. E se è un vero Cavaliere, senza macchia e senza paura, sarà sempre al tuo servizio, devoto e fedele come soltanto un vero Eroe sa fare. E se non hai un Paladino, ricordati che una vera Amica è sempre la compagnia giusta.

La sirena dalle squame d’acciaio

Lei viveva in un buco sul fondo dell’Oceano, se l’era fatto scavare dai granchi, e stava sempre lì, con la coda nascosta, i gomiti poggiati sulla sabbia e il mento sui palmi. Mostrava soltanto la testa, il collo e il seno perfetto, con le aureole rosa chiaro e i capezzoli lunghi e grandi, adornati da due stelle marine dorate, con un buco al centro.

Uno squalo l’aveva ghermita e le aveva quasi staccato la coda, le aveva strappato le pinne e tutte le squame indaco e argento. Gliel’aveva lasciata nuda, con la pelle trasparente che mostrava le vene bluastre, chiazze rosso sangue e lunghe cicatrici scure e rigonfie. Lei si vergognava di quell’unica gamba zoppa e deturpata, ridotta a un povero pezzo di carne triste e sfregiato.

Non danzava più insieme alle sue amiche, non cantava e non faceva più l’amore. Non toccava e non si faceva toccare da nessuna sirena e da nessun tritone e aveva quasi dimenticato cosa significasse vibrare sotto il tocco delicato di un’altra coda, di fremere sotto mani sapienti e bocche affamate del suo sesso nascosto sotto le squame indaco e argento. Adesso il suo fiore di carne era esposto come una ferita, si vedevano le labbra, un tempo rigonfie e adesso appassite. Chiuse.

sirene e tritoniLui la sognava tutte le notti e si svegliava regolarmente col sesso duro e bagnato, il respiro corto e le mani serrate. La vedeva piangere disperata mentre si accarezzava la coda offesa e nuda, la sentiva soffrire mentre vedeva i suoi simili godere in frenetiche danze d’amore. Ormai erano mesi che faceva quello stesso sogno e col passare dei giorni si era convinto che lei esisteva davvero, che lo stava chiamando, che le sue lacrime erano una richiesta d’aiuto.

Così una mattina presto, il sole dormiva ancora e il mare respirava tranquillo e profumato, andò al porto e comprò una rete da pescatore con le maglie strette, molto strette. Poi tornò nello scantinato dove lavorava e cominciò a fare l’unica cosa che sapeva l’avrebbe fatta di nuovo felice. Era unfabbro e aveva uno strano potere sui metalli che tra le sue mani si scioglievano come il sesso di una donna in preda al piacere.

Ma quello che gli rispondeva meglio, quello che gli dava più soddisfazione e che lo faceva sentire potente come un dio era l’acciaio. Lui prese la spranga più bella, quella più luccicante e incominciò a sfogliarla. Il freddo materiale, duro e lucente, rispondeva ai suoi desideri, ansioso di accontentarlo e sembrava una cipolla che perdeva la pelle, strato dopo strato.

Dalle lamine sottili creò delle piccole squame di pesce, alcune piccole come unghie, altre grandi come un petalo di rosa. Di giorno lavorava alla coda d’acciaio, di notte sognava la sua sirena e al mattino si svegliava sconvolto dal piacere e dalla vergogna. Perché a lui quella coda oscenamente
deturpata, nuda ed esposta lo faceva impazzire.

Gli piaceva così com’era, piena di cicatrici scure e gonfie, spellata, scorticata a chiazze bianche e rossastre. Anche per questo le stava costruendo una coda nuova, non solo per fare felice lei ma anche per godere di un unico momento di gioia. Sapeva che quando gliel’avrebbe regalata lei, per indossarla, avrebbe dovuto mostrare la sua gamba da pesce sfregiata e lui l’avrebbe finalmente potuto ammirarla da vicino.

E un giorno la finì, attaccò l’ultima lamella d’acciaio a forma di squama, controllò che la lunghissima cerniera nascosta funzionasse, si spogliò e si buttò in mare, con la coda che brillava nascosta dentro una borsetta che portava a tracolla. Non aveva bombole, solo una maschera e sapeva che se quello di cui si era convinto fosse stato falso, sarebbe morto annegato.

Andò in fondo, cominciò a incontrare i primi pesci tra i giardini sottomarini, vide le colline ricoperte di alghe, le foreste di coralli e anemoni e le montagne di roccia scura. E l’aria non gli mancava, non respirava eppure gli sembrava di farlo. Quando arrivò così in profondità dove un uomo non si era mai spinto, incontrò il primo tritone che lo guardò come se fosse un fantasma.

Lui proseguì, sicuro della direzione, mentre altri tritoni e alcune sirene facevano capolino dalle caverne e dagli anfratti nascosti tra le spugne giganti.
“Un umano” sussurravano più esterrefatti e affascinati che spaventati, “un umano che nuota e respira come un pesce”. E lo seguirono, curiosi e increduli.

Quando lei lo vide sgranò gli occhi e cercò di nascondersi dentro il suo buco, ma era troppo corto per contenerla tutta e le rimase fuori tutta la testa con i lunghi capelli indaco che le danzavano morbidi e sinuosi attorno al viso. Lui le sorrise e si avvicinò lentamente, era stanco ed emozionato.
Si impose di non pensare alla coda nascosta perché gli sarebbe diventato istantaneamente duro e avrebbe fatto una figuraccia.

Quando le fu davanti, aprì la borsetta e tirò fuori la meravigliosa guaina dalle squame d’acciaio che brillava così tanto che lei dovette socchiudere gli occhi. Non capì immediatamente cosa fosse, ma quando se ne rese conto schiuse le labbra rosse e carnose e sussurrò:”Oooh!”

sirene

“Vieni” le disse lui facendole un cenno con la mano, gli occhi fissi sul foro rotondo che nascondeva la coda dei suoi desideri. Lei scosse la testa, non voleva farsi vedere.
Per favore” la implorarono gli occhi del ragazzo.
“Girati” gli disse lei usando un dito.
Lui scosse la testa e le porse la coda, ma si tenne a distanza. Lei si passò la lingua sulla bocca, gli occhi che le brillavano. Poi venne fuori, guizzando dal buco in un lampo, mostrando la gamba da pesce nuda e martoriata in tutto il suo splendore.

Lui rimase immobile, a fissarla, riconoscendo ogni centimetro di carne, ogni brandello di pelle sfrangiata, ogni cicatrice e vena spezzata e ricucita. Lei gli strappò la coda d’acciaio dalle mani e cercò di entrarci dentro ma non ci riuscì perché era troppo stretta. Lui la lasciò fare per un po’, sorridendo e godendosi lo spettacolo della lunga gamba pinnata che danzava, si contorceva, si mostrava meravigliosamente oscena.

Lei lo guardò implorante e lui le tolse il suo nuovo vestito alle mani, aprì la cerniera e glielo fece indossare. Era perfetto, sembrava la sua vera pelle, e le stava benissimo. Lei l’abbracciò e lo baciò, prima premendogli forte le labbra sulle labbra. Poi schiudendo la bocca, offrendogli e cercando la sua lingua. Quando si staccarono, lei era in fiamme, lui pensava alla coda nuda.

Lei lo portò in una caverna e lo fissò con una luce selvaggia negli occhi, si piegò a novanta gradi e gli offrì il sesso glabro e da troppo tempo dimenticato. Lui le si avvicinò, l’abbracciò e le sussurrò all’orecchio:
“Spogliati”.
Lei rimase ferma, stupita, non capiva. Ma quando si rese conto che cosa voleva, si allontanò e gli disse: “No!” scuotendo violentemente la testa, la faccia scura.
“Ti prego… io la amo. Amo la tua coda così com’è, con le sue cicatrici profonde… imperfetta, spaventevole e bellissima. La voglio accarezzare, baciare, stringere… nuda”.

Lei tremava, con le iridi blu come il fondo del mare dentro quelle marroni come la terra che la imploravano. E fu proprio in quel momento che la vide, la vide dentro gli occhi di lui, la sua coda nuda, impressa dentro quegli occhi dolci, come un marchio di fuoco. Lentamente abbassò la cerniera e la coda di squame d’acciaio si aprì,  la  gamba storpiata sgusciò fuori e gli si piazzò davanti. Fiera e regale.

Lui l’afferrò per le anche la sollevò e le appoggiò la bocca sul sesso glabro e scoperto, glielo sfiorò con le labbra. Poi cominciò a deporre piccoli baci bagnati su ogni centimetro di ogni cicatrice, di ogni spellatura, graffio e rigonfiamento della pelle.

Lei rimase immobile e improvvisamente sentì una cosa nascerle dentro, proprio dal centro del petto, un impulso profondo e irrefrenabile. E finalmente rise, di cuore.
Di nuovo.

Ricetta: sarde in crosta di scaglie di mandorle…

Ingredienti per due persone:

1/2 chilo di sarde fresche
2 albumi
100 gr di scaglie di mandorle
1 cucchiaino di farina
olio di semi di arachidi
sale q.b.

Per guarnire:

salsa di soia
crema di aceto balsamico
coriandolo fresco

Pulisci, o fatti pulire dal pescivendolo le sarde, aprendole a libro. Separa i tuorli dagli albumi e sbattili insieme al cucchiaino di farina. Passaci le sarde e “impanale” con le scaglie di mandorle. Friggile nell’olio di semi di arachidi finché le mandorle non saranno dorate. Falle risposare un poco in un foglio di carta assorbente. Prepara una salsina con la salsa si soia, la crema di aceto balsamico e il coriandolo tritato. Impiatta le sarde e metti qualche goccia della salsa su ognuna.

sarde… con insalata di patate e melograno

Ingredienti per due persone:

2 grosse patate novelle o quattro medio/piccole
1/2 melograno
un paio di foglie di menta
succo di 1/2 o 1 lime, dipende dalla grandezza e succosità
olio e.v.o.
sale q.b.
pepe bianco
polvere d’aglio

Lessa le patate, sbucciale, lasciale raffreddare e tagliale a dadini regolari. Sgrana il melograno e spremi la buccia, cercando di recuperare il succo dei chicchi rimasti intrappolati. Aggiungi i chicchi alle patate e aggiusta di sale, condisci l’insalata con il succo di lime, quello del melograno, le foglie di mentuccia a pezzetti, un spruzzata di aglio in polvere e una di pepe.

melograno
Mentre cucini, per lui, per un’amica, o anche solo per Te, indossa una parrucca colorata, la trovi a poco prezzo in qualsiasi negozio che vende articoli per feste e costumi di carnevale. O anche in un normale negozio di parrucche. Non importa il colore, scegli quello che preferisci, decidi tu che sirena vuoi essere. E canta. Canta mentre cucini, con la tua bellissima parrucca colorata in testa. Canta per te e per chi vuoi tu. Solo in questo modo la ricetta verrà eseguita correttamente. Perché dentro ci sarà anche il tuo canto e la tua allegria. E tutto il tuo amore. Per Te.