Oltre lo specchio

Ai confini della mondo c’è la Terra della Luce, un grande Paese abitato da Esseri di Luce con cui, in tempo molto lontano, gli Umani convivevano in grande gioia e armonia. Poi a poco a poco le donne e gli uomini cominciarono a non andarci più e dunque non avere più contatti con loro.
All’inizio gli abitanti della Terra della Luce ci rimasero molto male ma poi anche loro si abituarono e rimasero in contatto soltanto con i bambini e i vecchi, saggi bimbi dalla pelle increspata.

Elfo

Tra gli Esseri di Luce ci sono anche gli Elfi, bellissime creature alte e sinuose, con lunghissimi capelli biondi e setosi, gli occhi blu e sì, le orecchie a punta. Gli Elfi hanno una Regina che amano e rispettano e la Regina ha una Guardia Reale, formata dagli Elfi più belli, luminosi e coraggiosi.

La Guardia Reale Elfica, formata sia da maschi che da femmine, ha un’origine misteriosissima, nel senso che non si sa quale sia la genesi di queste magnifiche creature. Alcuni dicono che li partorisca tutti la Regina, che siccome non invecchia ed è immortale, ne ha già sfornati a bizzeffe. E che il padre sia un raggio di sole.

Altri che nascano dagli enormi baccelli dell’albero della Bellezza Infinita, e che siano quindi figli della Madre Terra (il padre è ignoto), e infine si dice anche che vengano direttamente dal Cielo. In ogni modo, la Guardia Reale Elfica è uno spettacolo per gli occhi e la Regina ne è molto orgogliosa.

A differenza degli altri Elfi, i Guardiani Reali hanno le ali, enormi ali bianche che tirano fuori come e quando vogliono e che quando camminano non si vedono proprio, un po’ come le unghie dei gatti. Sono ali retrattili. Ma non basta, gli Elfi Reali sono asessuati. Tutti. Quasi tutti.

Infatti una volta accadde qualcosa che lasciò tutti gli abitanti della Terra della Luce, sbigottiti. Durante la cerimonia del cambio della Guardia Reale, che avviene ogni cento anni, tra i nuovi Guardiani ce n’era uno che aveva una strana cosa lunga e molle che gli penzolava tra le gambe. La Regina, Elfa di mondo che aveva avuto rapporti abbastanza intimi sia con vari e svariati Esseri di Luce che con vari e svariati Umani, capì subito di cosa si trattava. E inorridì. Un Elfo della Guardia Reale col battaglio!

elfo con le ali

La Regina degli Elfi e il Gran Consiglio Reale decisero di toglierlo immediatamente dalla Guardia Reale e di farlo vivere in mezzo agli altri Elfi. Ma quando Veryamehtar sentì che stavano per degradarlo da Elfo reale a Elfo ordinario, si ribellò e disse:
“Io non sono un Elfo come tutti gli altri e non perché ho questo coso ma perché ho le ali!”
“Non importa” gli rispose la Regina, “non userai le ali e le terrai sempre al loro posto, in compenso potrai usare il tuo battaglio. Qui per lui non c’è posto”.
“No!” Esclamò Veryamehtar, “io tra gli Elfi senza ali non ci vado”.

A quel punto la Regina e il Gran Consiglio Reale gli imposero un aut aut: o la vita tra gli Elfi senza ali e l’esilio. E lui scelse l’esilio. Si allontanò a testa bassa e salì a piedi sulla montagna più altra della Terra della Luce, da lì, spiegò le sue grandi ali bianche e spiccò il volo.

Fece un lungo giro attorno a tutta la Terra della Luce per imprimerla nei suoi meravigliosi occhi blu, già ne sentiva la nostalgia, e piangendo amare lacrime si diresse verso le terre abitate dagli Umani. Aveva freddo perché si sentiva solo e per questo si diresse a Sud. Dall’alto vide molte nazioni, scese un po’ e le nazioni si trasformarono in città e in villaggi. Arrivò la sera e Veryamehtar era stanco, aveva fame e sete, così decise di fermarsi da qualche parte.

Planò ancora più giù e vide una città che gli sembrò bellissima, era adagiata sul mare, ai piedi di una montagna e aveva meravigliose cupole rosse che brillavano alla luce della luna. Veryamehtar atterrò vicino a una fontana in una bella piazza, al centro della fontana c’era il Genio della città e l’Elfo lo salutò.

Genio Palermo

“Ciao Genio”
“Ciao Elfo, ma che ci fai qua?”
“Sono di passaggio… la mia Regin…”.
In quel momento sfrecciò un motorino a tutta velocità, con due ragazzini senza casco a bordo, inseguito da una volante della polizia. L’Elfo si spaventò e spiegò le ali che fecero distrarre gli agenti e scappare i due delinquentelli. Il poliziotto alla guida frenò e insieme al collega scese dalla macchina, non si rendevano conto di cosa fosse successo ma volevano vederci chiaro.

Rita tornava dal lavoro proprio in quel momento, faceva le pulizie in un ufficio là vicino e quando vide quel meraviglioso essere alto, muscoloso, con lunghissimi capelli biondi, che indossava una tunica bianca, sussultò:
“Un Elfo…” pensò, poi vide gli agenti che andavano verso di lui e capì che era nei guai, o stava per esserci. Non perse tempo, agì d’istinto e gridò:
“Peeeeppe! Peeeeeppe! Mi hai lasciato di nuovo senza chiavi! E poi, quante volte ti devo dire che non devi uscire da solo?”

Gli agenti si girarono e si trovarono davanti la donna più brutta che avessero mai visto. Era bassa e grassa, con un filo di barba che le adornava la mascella e un peluria piuttosto fitta sopra il labbro superiore. Gli occhi porcini, le orecchie a sventola, i capelli spelacchiati e la voce da cornacchia. Anche Veryamehtar la vide e si turbò perché pensò che fosse un essere degli inferi. Solo un diavolo poteva essere così brutto.

“Che ha combinato stavolta?” chiese Rita ai poliziotti che si allontanarono istintivamente.
“Non lo sappiamo ma qualcosa ha fatto” disse uno.
“Ha fatto scappare due scippatori in motorino” aggiunse l’altro.
“E come?” chiese Rita.
“Ha… ha…”.
“Ha…?”
“Ha aperto le ali”.
Un Elfo Reale, pensò lei emozionata ma fece finta di niente e fissò i due poliziotti come se fossero pazzi.
“Le che…?”
“Le a… ali”.

A Rita veniva da ridere ma si trattenne e invece guardò gli agenti con aria grave.
“Lui è mio cugino ma è orfano e vive con me, non è tanto normale perché quando era piccolo ha avuto un incidente di macchina in cui è morta tutta la sua famiglia. Vive in un mondo di fantasia e crede di essere un Elfo…

Veryamehtar trasalì e sgranò leggermente i suoi meravigliosi occhi blu ma rimase immobile.

“…per questo si fa crescere i capelli e si veste così. Si mette anche due pezzi di plastica sulle orecchie per farsele a punta ma, per quanto ne sappia io, non ha, né ha mai avuto, le ali… fatemelo portare a casa per favore… non sta tanto bene”. E si avvicinò a Veryamehtar, lo prese per mano e guardò i due poliziotti con una faccia così pietosa e miserabile che i due non se la sentirono di infierire su quella creatura già così bastonata dalla vita.

Ali

“Andate” disse uno di loro. Il Genio ridacchiò e Rita trascinò l’Elfo dentro un portone che stava proprio all’angolo della piazza.
“Come lo sai che sono un Elfo?” le chiese lui non appena furono nell’androne del palazzo.
“Prego, eh!” Rispose Rita. “Perché vengo dallo stesso posto da cui vieni tu. Sono una Maga delle Isole”.
“Non è possibile!” esclamò lui mentre salivano la prima rampa di scale.
Le Maghe delle isole erano creature incantevoli, quasi più delle Elfe.
“E invece sì. Come ti chiami?”
“Veryamehtar. E tu?”
“Ayshàmira ma qua mi chiamano Rita. Vieni” e lo fece entrare a casa sua.

Dopo che Veryamehtar ebbe mangiato e bevuto si sentì molto meglio, era stanco e voleva dormire ma aveva visto delle cose che lo avevano incuriosito.
“Perché c’è un drappo sullo specchio del bagno e in quello della tua camera?”
“Perché sì”.
“E perché se sei una Maga delle Isole sei… così?”
“Perché mi hanno punita”.
“Perché?
“Perché scopavo troppo… soprattutto Umani… ma cazzo gli Umani mi fanno impazzire! Ma anche voi Elfi non siete male…”
“Scopavi nel senso che… li pulivi?

Rita scoppiò a ridere, rideva, rideva e non riusciva a fermarsi e il suono della sua risata era veramente sgradevole. Poi, a poco a poco, si calmò.
“N… no… non li pulivo, ci facevo sesso. Sulla Terra si dice anche scopare”.
E tu scopavi gli Umaniiiiiii?” chiese Veryamehtar scandalizzato.
“Sì. E tu, perché andavi in giro a quest’ora vestito come uno scemo che se non intervenivo io ti facevi arrestare? A proposito, ma quanto erano fighi quei due con l’uniforme… mmmmmmh!”

“Smettila! Io sono qua perché c’ho un coso”.
“Un che?”
“Un coso qua” e mise la mano sul pube.
Rita sgranò gli occhi, socchiuse la bocca e si mise un’espressione di tale sorpresa e meraviglia che la rese ancora più brutta. Se possibile.
“Hai il cazzo?! Ossignore! Ma gli Elfi Reali non ce l’hanno! Sei un miracolo della Natura… e t’hanno mandato via perché c’hai il cazzo?!”
“La Regina l’ha chiamato battaglio… e comunque sì… ho questa inutile cosa che non mi permette di essere un Elfo Reale, anche se ho le ali, e quindi mi hanno esiliato perché non ho voluto andare a stare tra gli Elfi ordinari. E ora dimmi perché hai coperto gli specchi”.
“Va bene, ma poi tu mi fai vedere il battaglio. Ok?”
Veryamehtar ci pensò un momento.
“Solo guardare.”
“Solo guardare”.
“Va bene”.

“Vieni con me” gli disse lei e lo portò nella sua stanza. “Siediti sul letto”.
Veryamehtar lo fece e lei si avvicinò all’armadio e tirò via il drappo nero che ricopriva una delle ante.
“Chiudi gli occhi” gli disse, e lui lo fece.
Rita si andò a sedere vicino all’Elfo e sospirò forte.
“Puoi aprirli”.
Veryamehtar schiuse le palpebre e vide riflessa nello specchio, proprio accanto a lui, la più bella creatura che avesse mai visto in vita sua. Mora, con i capelli di seta che le arrivavano alla vita, gli occhi di velluto nero, il seno alto e pieno, le gambe lunghe e affusolate, la bocca di petali di rosa scarlatta.

specchio

Distolse gli occhi e guardò Rita che aveva un’espressione tristissima, la stessa della meravigliosa creatura riflessa nello specchio.
“Ma sei davvero tu!” esclamò lui.
“Sì. Io sono… ero così ma non lo sarò più, a meno che non mi perdonino. E adesso fammi vedere il battaglio”.
Veryamehtar era incantato e fu con grande naturalezza che, guardando sempre dentro lo specchio, si sollevò la tunica e le mostrò il più bel battaglio che Rita avesse mai visto. Era enorme.

Lei diventò ancora più triste e lo guardò con gli occhi pieni di lacrime, lui le toccò il viso e gliele asciugò. Lei sussultò ma rimase immobile.
“Spogliati” le disse emozionato sempre fissandola attraverso lo specchio.
Lei si sfilò il vestito e rimase in mutandine e reggiseno. Veryamehtar trattenne il fiato, la sua pelle ambrata sembrava di seta, era incantevole.
“Vieni qua” le disse e aprì le gambe. Rita esitò un momento, poi si andò a sedere sulla sponda del letto, tra le sue cosce. Lui la annusò, sapeva di ambra e mirra, le sfiorò i capelli e la sentì rabbrividire. Le abbassò le spalline del reggiseno e le accarezzò il petto e le spalle. Lei ansimava e sentiva che il battaglio cresceva e cresceva, spingendo contro il suo fondoschiena.
L’Elfo le accarezzò la pancia e le cosce, le sfilò le mutandine e chiuse le mani attorno ai suoi seni. A quel punto Rita non capì più niente, si agitava, guaiva, muggiva, emetteva suoni che Veryamehtar non aveva mai sentito in vita sua ma lo eccitavano profondamente.

La prese di peso, se la mise addosso e la penetrò con dolce determinazione. Lei emise un piccolo urlo, poi sbuffò come un cavallo e cominciò a dimenarsi su di lui. Lui le strizzava i capezzoli, le dava baci sul collo, le leccava le spalle. E quando lei girò la testa offrendogli le labbra scarlatte già schiuse, lui non capì più se stesse baciando Rita o Ayshàmira. Perché ormai erano un’unica persona. Quando lei, adagiata sul suo petto, esplose di piacere con la bocca spalancata e le unghie conficcate nelle sue cosce, lui la seguì a ruota. Per un momento pensò che stesse per morire, immediatamente dopo che fosse già nel Paradiso degli Elfi e infine benedisse il suo battaglio.

“Voglio stare sempre con te” le sussurrò quando si calmarono, ma non lo disse guardandola attraverso lo specchio.
“Tu sei scemo” gli rispose lei.
“No. Io ti amo, così come sei e poi c’è sempre lo specchio, no?” e le sorrise.
“Non se ne parla neanche… che poi quando usciamo per strada sembriamo il Bello e la Bestia… anche io voglio stare sempre con te ma con il mio vero aspetto”.

Veryamehtar la guardò intensamente e lei si sentì sciogliere e le venne da piangere, ma lui non la vedeva, stava pensando.
“Ma oltre alla trasformazione fisica, ti hanno tolto anche i poteri di Maga?”
“No, ma ho il divieto di usarli per modificare il mio aspetto. Se lo faccio mi trasformano in uno scarafaggio”.
“Uhm… e se li usi in un altro modo?”
“Non lo so, dipende… perché?”
“Perché ho un’idea” le disse lui con un’espressione pericolosamente enigmatica. Guardò nello specchio, poi guardò lei e si alzò.
“Vieni” le disse tendendole la mano.

“Dove?”
Il sorriso di Veryamehtar diventò ancora più profondo e gli occhi blu brillarono di eccitazione.
“Dove staremo sempre insieme come vuoi tu”. E si avvicinò allo specchio.
Rita capì e sussultò. Un brivido le attraversò la spina dorsale.
“Lo puoi fare, vero?”
“Sono in grado, ma non potrei. Forse ci puniranno”.
“Forse” disse lui abbracciandola “se ci troveranno”.
Lei gli strinse forte la mano e insieme varcarono lo specchio.

Ricetta: bocconcini di salsiccia a cotolette con salsa di avocado 

Ingredienti per 2 persone:

300 gr di salsiccia sottile

1 uovo

pan grattato q.b.

sale q.b.

1 cucchiaino di semi di cumino

olio di semi di arachide

10 pomodorini

5 foglie di basilico

aceto balsamico q.b.

origano q.b.

Per la salsa:

1 avocado maturo

1 cucchiaio di yogurt bianco

1 spicchio d’aglio

1 peperoncino rosso

sale q.b.

2 cucchiai di olio e.v.o.

Taglia la salsiccia a bocconcini e inserisci in ognuno 5/6 semi di cumino, puoi aiutarti con una forchetta forando la polpa. Passa i bocconcini nell’uovo sbattuto e dopo nel pangrattato. Non mettere sale, la salsiccia è già salata e lo sarà anche la salsa. Lascia riposare e prepara la salsa.

salsicciaSbuccia l’avocado taglialo a pezzi e mettilo nel frullatore insieme all’olio, un pizzico di sale e l’aglio. Frulla tutto fino a ottenere una crema liscia a vellutata. Taglia il peperoncino a pezzettini, se non ami particolarmente il piccante, prima privalo dei semi. Aggiungi alla salsa i due cucchiai di yogurt e il peperoncino, aggiusta di sale e fai riposare.

AvocadoMetti abbondante olio di arachidi in una padella profonda, appena ha raggiunto la giusta temperatura, friggi i bocconcini e tirali fuori quando saranno ben dorati. Prendi un grande piatto, metti i bocconcini su un letto di pomodorini tagliati a spicchi e conditi con sale, origano, basilico, aceto balsamico e olio e.v.o. e versa tutto attorno un po’ di salsa creando varie macchie di colore. Il resto della salsa verrà servito in vaschette monoporzione.

PomodoriniPer preparare questa ricetta dovresti avere attorno tanti specchi di tutte le misure e le forme che riflettano la tua immagine in qualsiasi momento. E mentre realizzi il piatto dovresti cambiare aspetto a poco a poco.

donna allo specchioCominci in tuta, continui in tacchi e lingerie, termini perfettamente vestita e truccata, indossando la mise con cui servirai il cibo che hai preparato con amore, in compagnia della persona che ami e che ti ama di più. Tu.

La ragazza delle girandole

La ragazza delle girandole ha grandi tette rotonde e porta sempre vestiti leggeri a fiorellini, con le spalline sottili e molto scollati. Ne ha di tutti i colori, corti sopra il ginocchio, e ogni alito di vento fa muovere la gonna come se stesse ballando. Ha l’ossatura minuta e le caviglie sottili, lunghi capelli neri selvaggi e gli occhi verdi. Usa un rossetto molto rosso e un profumo intenso, ha le unghie delle mani e dei piedi laccate di bianco e i sandali di cuoio, con le stringhe intrecciate sul polpaccio e il tacco basso. Sembra una schiava greca, o spagnola.

girandole colorate

Ride spesso, mostrando i denti bianchi e perfetti. Schiude le labbra scarlatte e ride, una risata che viene dal cuore, grassa, cristallina e sguaiata. E molto irritante. Per me. La sua cavigliera trilla a ogni passo e quando muove le mani i braccialetti di metallo, colorati e sottili suonano come l’acqua che scorre dalla fontana vicino alla sua bancarella.

La vedo tutti i giorni, lo so che è una fata e lei sa che sono una strega. E che sono molto pericolosa. Lei è sempre lì, abbronzata e sorridente. Anche lei mi vede tutti i giorni, e risponde al mio sguardo, ma lo fa di sfuggita, di nascosto, accennando un sorrisino. Io invece non rido, non sorrido neanche, i miei occhi sono seri, implacabili. Io non faccio finta di guardarla, la fisso in modo sfacciato perché voglio che lei se ne accorga. E infatti se n’è accorta subito, fin dall’inizio.

Lei vende girandole, grandi girandole colorate che in realtà sono bacchette magiche che rendono felice chi le compra. Una volta mi sono fermata a bere vicino alla fontana e l’ho sentita parlare. Ha una bella voce, bassa e calda, diversa dalla sua risata cristallina, mi sono allontanata con un senso di fastidio, e ho sentito gli occhi della ragazza delle girandole che mi frugavano la schiena. Ieri i Lunghi Mantelli Neri mi hanno convocato e mi hanno detto che la ragazza delle girandole sta diventando pericolosa, che in giro ci sono troppi mortali contenti e che devo agire. E in fretta. Subito.

Vado nella grande piazza e compro un gelato, non voglio dare nell’occhio e mi comporto come una qualunque. Sono anche vestita in modo abbastanza anonimo, un abito nero corto e scollato e un paio di sandali rossi, molto alti, con la zeppa. Adoro le scarpe delle mortali! Non c’è un alito di vento, e dal mare arriva un profumo di alghe appiccicoso e unto che mi fa girare la testa. Fa molto caldo, non si respira quasi, ma quando mi avvicino alla ragazza delle girandole sento brividi di freddo in tutto il corpo.

Mi fermo davanti alla bancarella e lei mi guarda con i suoi occhi verdi da sirena. Indossa un vestitino a fiori bianco e nero e mi dice buonasera. Io la fisso e continuo a mangiare il mio cono al caffè, spalanco la bocca e me lo ficco tutto tra le labbra. E improvvisamente immagino che la palla di gelato sia una delle sue tette e ci gioco con la lingua e con i denti. Abbasso istintivamente lo sguardo perché lei, che è una fata, vedrebbe quell’immagine riflessa nelle mie iridi nere.

Occhio verde
“Una girandola?” mi sussurra con la sua voce bassa e roca. Non rispondo subito, poi le dico: “Forse”.
Lei allora comincia a farle muovere, toccandole leggermente con la punta delle dita e a ogni piccola spinta le sue tette grandi si alzano e si abbassano e il sudore le cola dentro la scollatura. Vedo che le sue mani tremano. Le girandole che si agitano tutte insieme catturano il mio sguardo, i colori dell’arcobaleno formano innumerevoli spirali che mi ipnotizzano. Continuo a mangiare il gelato e penso che la pallina di caffè rimasta sia la sua lingua, e me la giro e rigiro in bocca, succhiandola.

Finisco il mio gelato e vado alla fontana. Premo il pulsante dorato, mi calo e avvicino la bocca all’acqua. Mentre bevo alzo lo sguardo e i suoi occhi verdi sono là, che cercano i miei. Le gocce fresche mi colano sul mento e lungo il collo, fino alla scollatura, perdendosi tra le tette. Lei segue il loro percorso e si passa la lingua sulle labbra rosso sangue. Non sorride più. Dà un altro colpo alle girandole che si mettono a ruotare, sempre più velocemente. Formano un vortice d’aria che comincia a ingrandirsi pericolosamente.

Sta succedendo qualcosa e devo impedirlo ma non riesco a staccare gli occhi da quelle labbra scarlatte. La gente si guarda intorno stupita, un attimo fa l’aria era ferma e adesso sembra che stia per arrivare un tornado. Si alza la sabbia, miliardi di granelli di polvere dorata danzano impazziti, colorando il cielo e creando una cortina che nasconde la ragazza con la sua bancarella, la piazza piena di gente, i bar con i tavolini fuori. Non si vede più nulla, tutto inghiottito da quella tempesta improvvisa. Sembra di essere nel deserto. Improvvisamente il vento cala e la sabbia precipita, formando un tappeto soffice e bianco sul cemento.

Tornado di sabbia

Mi guardo attorno, sono furibonda per quell’atto di magia imprevisto e incontrollabile, e non c’è più nulla. E’ sparito tutto, se non la ragazza delle girandole con la sua bancarella. Tutto attorno il vuoto e lei in mezzo. Si avvicina senza fare nessun rumore, anche l’aria è immobile e lei cammina fluttuando nel vuoto di un bianco accecante. Si mette di fronte a me e mi guarda, i capelli neri, lunghi e selvaggi, si muovono come serpenti, anche se non c’è un alito di vento. Una bellissima Medusa dagli occhi verdi.

“Mi puniranno per questo” dice mentre il seno grande si abbassa e si alza velocemente sotto la stoffa leggera del vestito a fiorellini.
“Anche a me” le rispondo guardandola negli occhi e cercando di non annegarci dentro.
“Perché?” Mi chiede, anche se sa benissimo la risposta.
“Perché ho permesso che accadesse… ti ho permesso di farlo”. Le rispondo come farei con una stupida mortale.
Sorride, in un modo incantevole e terribilmente irritante. Si mette una faccia da schiaffi e socchiude gli occhi, due fessure di smeraldo che illuminano il vuoto bianco.

Schiocco le dita e la luce diminuisce fino a scomparire, diventa tutto nero. Lei fa: “Oooh…” e spalanca i fanali verdi.
Le sorrido come un serpente sorriderebbe a un coniglio.
Altro schiocco e appaiono centinaia di fiammelle sospese nel nulla che brillano come diamanti gialli, come stelle nel cielo scuro. La luce tremolante balla sui nostri volti e sui nostri corpi.

“E ora?” fa lei.
“Non lo sai?” le dico avvicinandomi lentamente.
“No” mente ancora una volta, ridendo con gli occhi.
Scuoto la testa a un centimetro dalla sua faccia.
“E ora… dovrò punirti… severamente”.
Lei sorride e si illumina emanando una luce calda, palpabile, che per un attimo oscura quella delle fiammelle.
“Speravo che lo dicessi” mi sussurra schiudendo le sue labbra sulle mie.


Ricetta: ruote colorate con pesto, pomodorini e bottarga 

Ingredienti per 2 persone:

200 gr di ruote colorate (è un formato di pasta disponibile anche in versione colorata con ingredienti naturali: nero, di seppia, pomodori, spinaci, zafferano)

20 pomodorini di Pachino

2 cucchiaiate di pesto

scaglie di bottarga q.b.

1 spicchio d’aglio

olio e.v.o.

sale.q.b.

1 peperoncino fresco.

Ruote di pasta colarata

Per il pesto:

un mazzo di basilico

1 spicchio d’aglio

una manciata di mandorle pelate

olio e.v.o.

sale q.b.

Incidi a croce i pomodorini nella parte posteriore, sbollentali per un minuto circa, tirali fuori e ficcali in acqua fredda. Spellali, tagliali a metà e privali dei semi. Falli saltare in una padella dove hai fatto dorare lo spicchio d’aglio con un paio di cucchiai di olio e.v.o., aggiungi peperoncino tagliato a pezzettini (se non tolleri troppo il piccante togli i semi) e aggiusta di sale. Fai sobbollire a fuoco vivo per una decina di minuti e spegni la fiamma. Togli lo spicchio d’aglio.

pomodorini di Pachino

Metti a bollire una pentola d’acqua e nel frattempo prepara il pesto. Nel mortaio, se sei paziente, altrimenti nel bicchiere del frullatore metti le foglie di basilico ben lavate e asciugate, un pizzico di sale, le mandorle e un po’ d’olio e.v.o., comincia a frullare, o a pestare, aggiungendo a filo altro olio e.v.o finché non raggiungi la giusta consistenza. Aggiungilo ai pomodorini saltati e mescola bene.

basilico

Butta la pasta e scolala un paio di minuti prima, conserva un po’ della sua acqua. Versala nella padella col condimento e termina la cottura a fuoco medio, aggiungendo poco alla volta la quantità di acqua di cottura necessaria e mescolando spesso. Impiatta e grattugia le scaglie di bottarga sopra le ruote colorate. Decora con un ciuffo di basilico.

arcobaleno

L’arcobaleno, la luce, il buio, le fiammelle sono gli altri ingredienti che ti servono per realizzare e gustare questa ricetta. Mentre cucini, dovrai vestirti di quanti più colori puoi, ogni indumento sarà di una tinta diversa dall’altra, e ne sentirai la sua forza addosso.

I colori dell’arcobaleno sono i colori dei Chakra e sarà il tuo istinto a scegliere quali sono quelli che servono al tuo corpo e alla tua anima. Mentre prepari il piatto la tua cucina dovrà rifulgere, dovrai sentirti immersa dentro la luce. Non importa se naturale o artificiale.

redshoes

E infine, quando servirai il piatto e lo gusterai insieme a chi preferisci, sarai vestita tutta di nero, avrai tacchi altissimi e una profonda scollatura. Le tue labbra scarlatte brilleranno alla luce delle candele che illuminano la stanza. Sarà l’unica luce concessa, oltre a quella dei tuoi occhi.