La ragazza delle girandole

La ragazza delle girandole ha grandi tette rotonde e porta sempre vestiti leggeri a fiorellini, con le spalline sottili e molto scollati. Ne ha di tutti i colori, corti sopra il ginocchio, e ogni alito di vento fa muovere la gonna come se stesse ballando. Ha l’ossatura minuta e le caviglie sottili, lunghi capelli neri selvaggi e gli occhi verdi. Usa un rossetto molto rosso e un profumo intenso, ha le unghie delle mani e dei piedi laccate di bianco e i sandali di cuoio, con le stringhe intrecciate sul polpaccio e il tacco basso. Sembra una schiava greca, o spagnola.

girandole colorate

Ride spesso, mostrando i denti bianchi e perfetti. Schiude le labbra scarlatte e ride, una risata che viene dal cuore, grassa, cristallina e sguaiata. E molto irritante. Per me. La sua cavigliera trilla a ogni passo e quando muove le mani i braccialetti di metallo, colorati e sottili suonano come l’acqua che scorre dalla fontana vicino alla sua bancarella.

La vedo tutti i giorni, lo so che è una fata e lei sa che sono una strega. E che sono molto pericolosa. Lei è sempre lì, abbronzata e sorridente. Anche lei mi vede tutti i giorni, e risponde al mio sguardo, ma lo fa di sfuggita, di nascosto, accennando un sorrisino. Io invece non rido, non sorrido neanche, i miei occhi sono seri, implacabili. Io non faccio finta di guardarla, la fisso in modo sfacciato perché voglio che lei se ne accorga. E infatti se n’è accorta subito, fin dall’inizio.

Lei vende girandole, grandi girandole colorate che in realtà sono bacchette magiche che rendono felice chi le compra. Una volta mi sono fermata a bere vicino alla fontana e l’ho sentita parlare. Ha una bella voce, bassa e calda, diversa dalla sua risata cristallina, mi sono allontanata con un senso di fastidio, e ho sentito gli occhi della ragazza delle girandole che mi frugavano la schiena. Ieri i Lunghi Mantelli Neri mi hanno convocato e mi hanno detto che la ragazza delle girandole sta diventando pericolosa, che in giro ci sono troppi mortali contenti e che devo agire. E in fretta. Subito.

Vado nella grande piazza e compro un gelato, non voglio dare nell’occhio e mi comporto come una qualunque. Sono anche vestita in modo abbastanza anonimo, un abito nero corto e scollato e un paio di sandali rossi, molto alti, con la zeppa. Adoro le scarpe delle mortali! Non c’è un alito di vento, e dal mare arriva un profumo di alghe appiccicoso e unto che mi fa girare la testa. Fa molto caldo, non si respira quasi, ma quando mi avvicino alla ragazza delle girandole sento brividi di freddo in tutto il corpo.

Mi fermo davanti alla bancarella e lei mi guarda con i suoi occhi verdi da sirena. Indossa un vestitino a fiori bianco e nero e mi dice buonasera. Io la fisso e continuo a mangiare il mio cono al caffè, spalanco la bocca e me lo ficco tutto tra le labbra. E improvvisamente immagino che la palla di gelato sia una delle sue tette e ci gioco con la lingua e con i denti. Abbasso istintivamente lo sguardo perché lei, che è una fata, vedrebbe quell’immagine riflessa nelle mie iridi nere.

Occhio verde
“Una girandola?” mi sussurra con la sua voce bassa e roca. Non rispondo subito, poi le dico: “Forse”.
Lei allora comincia a farle muovere, toccandole leggermente con la punta delle dita e a ogni piccola spinta le sue tette grandi si alzano e si abbassano e il sudore le cola dentro la scollatura. Vedo che le sue mani tremano. Le girandole che si agitano tutte insieme catturano il mio sguardo, i colori dell’arcobaleno formano innumerevoli spirali che mi ipnotizzano. Continuo a mangiare il gelato e penso che la pallina di caffè rimasta sia la sua lingua, e me la giro e rigiro in bocca, succhiandola.

Finisco il mio gelato e vado alla fontana. Premo il pulsante dorato, mi calo e avvicino la bocca all’acqua. Mentre bevo alzo lo sguardo e i suoi occhi verdi sono là, che cercano i miei. Le gocce fresche mi colano sul mento e lungo il collo, fino alla scollatura, perdendosi tra le tette. Lei segue il loro percorso e si passa la lingua sulle labbra rosso sangue. Non sorride più. Dà un altro colpo alle girandole che si mettono a ruotare, sempre più velocemente. Formano un vortice d’aria che comincia a ingrandirsi pericolosamente.

Sta succedendo qualcosa e devo impedirlo ma non riesco a staccare gli occhi da quelle labbra scarlatte. La gente si guarda intorno stupita, un attimo fa l’aria era ferma e adesso sembra che stia per arrivare un tornado. Si alza la sabbia, miliardi di granelli di polvere dorata danzano impazziti, colorando il cielo e creando una cortina che nasconde la ragazza con la sua bancarella, la piazza piena di gente, i bar con i tavolini fuori. Non si vede più nulla, tutto inghiottito da quella tempesta improvvisa. Sembra di essere nel deserto. Improvvisamente il vento cala e la sabbia precipita, formando un tappeto soffice e bianco sul cemento.

Tornado di sabbia

Mi guardo attorno, sono furibonda per quell’atto di magia imprevisto e incontrollabile, e non c’è più nulla. E’ sparito tutto, se non la ragazza delle girandole con la sua bancarella. Tutto attorno il vuoto e lei in mezzo. Si avvicina senza fare nessun rumore, anche l’aria è immobile e lei cammina fluttuando nel vuoto di un bianco accecante. Si mette di fronte a me e mi guarda, i capelli neri, lunghi e selvaggi, si muovono come serpenti, anche se non c’è un alito di vento. Una bellissima Medusa dagli occhi verdi.

“Mi puniranno per questo” dice mentre il seno grande si abbassa e si alza velocemente sotto la stoffa leggera del vestito a fiorellini.
“Anche a me” le rispondo guardandola negli occhi e cercando di non annegarci dentro.
“Perché?” Mi chiede, anche se sa benissimo la risposta.
“Perché ho permesso che accadesse… ti ho permesso di farlo”. Le rispondo come farei con una stupida mortale.
Sorride, in un modo incantevole e terribilmente irritante. Si mette una faccia da schiaffi e socchiude gli occhi, due fessure di smeraldo che illuminano il vuoto bianco.

Schiocco le dita e la luce diminuisce fino a scomparire, diventa tutto nero. Lei fa: “Oooh…” e spalanca i fanali verdi.
Le sorrido come un serpente sorriderebbe a un coniglio.
Altro schiocco e appaiono centinaia di fiammelle sospese nel nulla che brillano come diamanti gialli, come stelle nel cielo scuro. La luce tremolante balla sui nostri volti e sui nostri corpi.

“E ora?” fa lei.
“Non lo sai?” le dico avvicinandomi lentamente.
“No” mente ancora una volta, ridendo con gli occhi.
Scuoto la testa a un centimetro dalla sua faccia.
“E ora… dovrò punirti… severamente”.
Lei sorride e si illumina emanando una luce calda, palpabile, che per un attimo oscura quella delle fiammelle.
“Speravo che lo dicessi” mi sussurra schiudendo le sue labbra sulle mie.


Ricetta: ruote colorate con pesto, pomodorini e bottarga 

Ingredienti per 2 persone:

200 gr di ruote colorate (è un formato di pasta disponibile anche in versione colorata con ingredienti naturali: nero, di seppia, pomodori, spinaci, zafferano)

20 pomodorini di Pachino

2 cucchiaiate di pesto

scaglie di bottarga q.b.

1 spicchio d’aglio

olio e.v.o.

sale.q.b.

1 peperoncino fresco.

Ruote di pasta colarata

Per il pesto:

un mazzo di basilico

1 spicchio d’aglio

una manciata di mandorle pelate

olio e.v.o.

sale q.b.

Incidi a croce i pomodorini nella parte posteriore, sbollentali per un minuto circa, tirali fuori e ficcali in acqua fredda. Spellali, tagliali a metà e privali dei semi. Falli saltare in una padella dove hai fatto dorare lo spicchio d’aglio con un paio di cucchiai di olio e.v.o., aggiungi peperoncino tagliato a pezzettini (se non tolleri troppo il piccante togli i semi) e aggiusta di sale. Fai sobbollire a fuoco vivo per una decina di minuti e spegni la fiamma. Togli lo spicchio d’aglio.

pomodorini di Pachino

Metti a bollire una pentola d’acqua e nel frattempo prepara il pesto. Nel mortaio, se sei paziente, altrimenti nel bicchiere del frullatore metti le foglie di basilico ben lavate e asciugate, un pizzico di sale, le mandorle e un po’ d’olio e.v.o., comincia a frullare, o a pestare, aggiungendo a filo altro olio e.v.o finché non raggiungi la giusta consistenza. Aggiungilo ai pomodorini saltati e mescola bene.

basilico

Butta la pasta e scolala un paio di minuti prima, conserva un po’ della sua acqua. Versala nella padella col condimento e termina la cottura a fuoco medio, aggiungendo poco alla volta la quantità di acqua di cottura necessaria e mescolando spesso. Impiatta e grattugia le scaglie di bottarga sopra le ruote colorate. Decora con un ciuffo di basilico.

arcobaleno

L’arcobaleno, la luce, il buio, le fiammelle sono gli altri ingredienti che ti servono per realizzare e gustare questa ricetta. Mentre cucini, dovrai vestirti di quanti più colori puoi, ogni indumento sarà di una tinta diversa dall’altra, e ne sentirai la sua forza addosso.

I colori dell’arcobaleno sono i colori dei Chakra e sarà il tuo istinto a scegliere quali sono quelli che servono al tuo corpo e alla tua anima. Mentre prepari il piatto la tua cucina dovrà rifulgere, dovrai sentirti immersa dentro la luce. Non importa se naturale o artificiale.

redshoes

E infine, quando servirai il piatto e lo gusterai insieme a chi preferisci, sarai vestita tutta di nero, avrai tacchi altissimi e una profonda scollatura. Le tue labbra scarlatte brilleranno alla luce delle candele che illuminano la stanza. Sarà l’unica luce concessa, oltre a quella dei tuoi occhi.

Annunci

La Fatina del Circo

L’Incredibile Circo delle Meraviglie era un’attrazione irresistibile per chiunque vedesse la parata sfilare per le vie della città in cui arrivava. Le sue attrazioni le conoscevano tutti, molti solo per sentito dire, e chiunque avesse avuto modo di ammirarle di persona non le aveva mai più dimenticate. Gli spettatori restavano ammaliati, stregati dai suoi animali fantastici e dagli strani artisti che si erano esibiti sotto i loro occhi increduli. E ne sentivano la mancanza così tanto che dopo un po’ di tempo tutti quanti si convincevano che i loro ricordi non erano reali bensì un sogno. Perché non riuscivano a sopportare il pensiero che non lo avrebbero rivisto mai più. Infatti l’Incredibile Circo delle Meraviglie non tornava mai nello stesso posto, andava sempre avanti e chi aveva avuto la fortuna di assistere a uno dei suoi spettacoli sapeva che non avrebbe avuto un’altra occasione. Qualcuno ci aveva anche provato, ma inutilmente. Piccoli impedimenti e imprevisti spesso inspiegabili impedivano di raggiungere il Circo a chiunque ci fosse già stato. E chi si era incaponito in quell’impresa impossibile era sparito. Nel nulla.

Gli unicorni erano inquieti quella notte e dondolavano la testa elegante incessantemente, ogni tanto sbuffavano e accennavano un nitrito sottile. La Fenice, appollaiata nella parte più alta della sua voliera d’argento, scrutava l’oscurità con i suoi occhi felini, in attesa del sonno che non arrivava. Gli ippogrifi e le sfingi avevano rifiutato il cibo e i satiri avevano litigato con i centauri così violentemente che c’era quasi scappato il morto. I grande aquario che ospitava le sirene e i tritoni era agitato dalle onde provocate dall’incessante nuotare delle creature marine che non trovavano pace. La serenità e l’armonia erano state infrante e nessuna delle coppie aveva voglia di abbandonarsi al piacere quella notte. L’uomo serpente, chiamato così perché il suo membro aveva la lunghezza e l’aspetto di un pitone vivo, teneva il suo nobile amico arrotolato alla gamba, mogio e triste. L’ermafrodito, sempre alla ricerca di creature da -e da cui farsi- soddisfare, di solito contemporaneamente, giaceva sul suo letto con la faccia rigata dalle lacrime. Anche la donna dai quattro seni piangeva, abbracciata all’uomo tartaruga che l’aveva ospitata nel suo enorme carapace perché non ce la faceva a restare da solo.

La tragedia si era consumata in un attimo, forse meno, e la sventura si era abbattuta sull’Incredibile Circo delle Meraviglie. Imprevista e incredibile. Inaccettabile. Fatina era sparita. La dolce creatura dalle ali di cristallo soffiato, con il viso, le manine e i piedini di porcellana, dai capelli di fili di seta e con tutto il resto del corpo di carne, la dispensatrice della magica polvere del piacere, non era più nella sua teca preziosa. E non se ne era accorto nessuno. Chiunque l’avesse rapita aveva infranto una delle pareti di vetro della sua casetta e l’aveva portata via. Ma chi? Chi aveva osato privare il Circo della magica creatura da cui dipendevano fama e fortuna? La domanda rimaneva sospesa nell’aria pesante e gonfia di lacrime, aleggiava su ciascuno degli artisti, alimentando sospetti e malignità.

tendone circo

L’Incredibile Circo delle Meraviglie non era inimitabile soltanto perché ci lavoravano essere magici, mitologici, straordinari e sovr’umani. Ma anche per il tipo di spettacoli che venivano rappresentati e le sensazioni che scatenavano nel pubblico. I numeri avevano un comune denominatore: il piacere. Gli artisti, umani, quasi umani o animali, davano luogo a spettacoli di alto erotismo acrobatico, giocoleria lasciva, equilibrismo lussurioso ed estenuanti maratone sessuali con posizioni improponibili e spesso pericolose. E il pubblico, incantato ed eccitato, cominciava a essere sedotto da quelle immagini eleganti e irresistibili.

Un languore invadeva i lombi e i genitali, anche quelli ormai addormentati da anni, che reagivano come dotati di vita propria e reclamavano il Piacere. E così sia gli spalti che la pista diventavano un’enorme alcova in cui tutti davano spazio e voce ai desideri e alle voglie più segrete. Inconfessabili. L’artefice del miracolo che si ripeteva sera dopo sera era lei, Fatina, che prima di ogni spettacolo volava leggiadramente su tutto il circo, baciando uno ad uno i suoi artisti, umani, quasi umani o animali, ed elargendo così il magico elisir della passione, della lussuria e del piacere. Era un bacio casto il suo, sfiorava quasi impercettibilmente le labbra dei suoi amici che si schiudevano per ricevere il suo soffio magico e inebriante.

E adesso era sparita. Il direttore del Circo aveva urlato, minacciato e si era strappato i capelli. Tutti l’avevano cercata, mettendo sotto sopra l’enorme tendone, le roulotte e le gabbie. Avevano frugato tra i costumi di scena e gli attrezzi, sotto i sedili di legno e in cima al pilone più alto dell’immensa struttura d’acciaio. E alla fine si erano arresi, e abbandonati alla tristezza e alla disperazione. I padrone del Circo, avvisato telefonicamente, era rimasto zitto per qualche interminabile secondo e quando aveva parlato la sua voce era rotta dalle lacrime:”E’ finita” aveva detto inghiottendo la disperazione.

circo

Tutto quel pianto e quel dolore turbavano profondamente Fatina, la tormentavano e la facevano sentire in colpa ma l’amore per i suoi amici e il dispiacere che provava vedendoli così disperati erano niente rispetto alla passione che aveva sconvolto la sua esistenza tranquilla e appagata. Il sentimento potente che l’aveva spinta a fuggire era nato a poco a poco, senza che se ne rendesse conto, ed era diventato ogni giorno più forte. All’inizio si era sentita strana, inquieta e incredula, non pensava che potesse succedere a lei, si era sempre ritenuta immune, intoccabile dal fuoco del desiderio. Ma col passare dei giorni, dei mesi, aveva capito che anche lei poteva vivere quel miracolo. E quando non ce l’aveva fatta più a resistere al desiderio che faceva vibrare il suo piccolo corpo fragile e prezioso era fuggita perché voleva provare quello che le era sempre stato negato: il piacere.

Era cominciato tutto quando il maestro di canto degli usignoli lirici era andato in pensione. Al suo posto era arrivato il nipote al qualo lo zio aveva insegnato la grande arte, antica e misteriosa, di insegnare agli uccellini a cantare le arie più belle delle opere liriche più famose, dalla Boheme a Madame Butterfly, dalla Tosca ai Pagliacci. Lui era giovane e bello e quando lavorava con gli usignoli li faceva appollaiare sulle dita della sua mano e mentre li faceva esercitare in gorgheggi e acuti li accarezzava. Lentamente, dolcemente, con un tocco che Fatina trovava irresistibile.

Ogni volta che doveva baciarlo e soffiargli sulle labbra schiuse l’elisir del piacere, lo guardava negli occhi e lui le sorrideva e le diceva: “Sei piccola come i miei ucccellini, ma molto più bella. Quando vorrai insegnerò a cantare anche a te”. E bacio dopo bacio, soffio dopo soffio, Fatina si era innamorata. La notte sognava il tocco di quelle dita sulla parte umana del suo corpo, si agitava sentendo le carezze sulla pelle liscia e candida, si svegliava sudata, con le ali di cristallo soffiato che sbattevano veloci, tintinnando pericolosamente, per l’agitazione.
Aveva deciso di fuggire dopo l’ultimo spettacolo della prima notte senza luna ed era stato facile, era bastato dare un paio di calci alla parete di vetro della sua teca, l’aveva infranta ed era volata via. Si era fatta male e per poco non si erano rotti anche i piedini di porcellana. Ma Fatina era pronta a tutto e avrebbe sopportato anche quello.

creature

Si era nascosta nella roulotte del giovane maestro di musica e aveva aspettato dentro una tazza. Lo spettacolo era terminato con la solita esplosione di lussuria selvaggia, seguita dagli applausi che sembravano non finire mai, e finalmente si erano accorti della sua scomparsa. Aveva pazientemente atteso che anche quel trambusto finisse e quando finalmente il silenzio era calato sul Circo, quando l’ultima luce era stata spenta, era uscita dalla tazza. Lui giaceva sul letto, col il viso rigato dal pianto, gli occhi blu chiusi, annegati nelle lacrime. Ogni tanto il suo corpo snello e scolpito sussultava per un singhiozzo e dalle dolci labbra veniva fuori un lamento appena accennato. Seppe che Fatina era lì prima che sentisse tintinnare le sue ali, fu il suo corpo che ne percepì la magica presenza. I muscoli si tesero, il respiro gli diventò corto e il cuore prese a battergli velocemente.

“Sei tu?” le chiese senza muoversi.
“Sì” rispose lei con la sua voce di velluto.
“Stai bene?”
“Sì”.
Lui sospirò di sollervo.
“Dobbiamo avvisare tutti!” esclamò rendendosi finalmente conto che lei era lì, sana e salva e che il Circo non era più in pericolo. Fece per alzarsi ma lei disse:
“No!” Il tono non ammetteva repliche. Non era una richiesta era un ordine, calmo e deciso.
“Perché?”
“Perché prima voglio una cosa…”

“Cosa?” chiese lui intimidito ma eccitato.
“Insegnami a cantare come fai con loro”. Lui intuì che aveva fatto un cenno con la testa agli usignoli che dormivano nelle voliere coperte da drappi neri.
“Va… va bene… adesso?”
“Sì” disse lei inspirando profondamente e poi espirando tutta l’aria dal suo piccolo petto. La voce di velluto era roca adesso e i suoi capezzoli minuti e appuntiti spingevano contro il tulle del suo corpetto.
Lui fu turbato da quella voce che non sembrava provenire da una creatuta così piccola, fragile e strana. E per un momento desiderò che Fatina fosse una donna vera, a grandezza naturale, fatta di carne. Dappertutto.

“Vieni” le disse in un sussurro, tendendole la mano. E lei volo da lui e atterrò su una delle sue dita. Leggiadra ed emozionata. Si lisciò la gonna di petali di rosa e lo guardò.
Gli occhi blu brillavano nel buio e le ali di Fatina mandavano bagliori trasparenti.
“Devo sedermi?” chiese lei come una scolaretta impaziente.
“No. Resta in piedi” rispose lui ammirandola e rendendosi conto di quanto fosse adorabile. E di nuovo il rammarico lo assalì. “Che canzone vuoi imp…”. Le disse sfiorandole la guancia di porcellana.
“Non importa. Quella che vuoi… ma fallo come lo fai con loro”.
Lui la guardò confuso ma quando vide che Fatina fissava il suo indice che le sfiorava il viso, capì. E si sentì invadere dalla tenerezza e dal dolore. Poi però sorrise e le rivolse uno sguardo blu pieno di amore e di promesse.

“Sì… anzi no. Con te farò di meglio” e con immensa delicatezza cominciò a toglierle il corsetto di tulle. Le sfilò la gonna di petali di rosa, il reggiseno e le mutandine di filigrana. Era perfetta, una creaturina quasi umana, di una bellezza abbagliante.
Lei trattenne il respiro per tutto il tempo, col cuore che le batteva all’impazzata. E proprio poco prima che sentisse il calore del grande dito che si avvicinava al suo corpo di carne calda e pulsante, disse:
“Aspetta” volò verso la sua bocca, gliela sfiorò e gli soffiò dentro l’elisir del piacere.
“Non so cosa succederà” gli sussurrò con la voce di velluto liquido “ma sarà di sicuro bello”.
E ritornò sul suo dito, ma stavolta si mise seduta, e spalancò le gambe.
Ridendo.

fatina

Fatina adesso vive nella roulotte del maestro di musica, non è più prigioniera e svolazza felice dove vuole, con una grande falco dagli occhi di rubino che le fa da guadia del corpo. Sa che il suo Amore prima o poi troverà una donna vera ma sa anche che le loro lezioni di canto andranno avanti. Finché lei ne avrà voglia.
Lui gliel’ha promesso solennemente, croce sul cuore, e lei sa che manterrà il suo giuramento.

Ricetta: Cocktail al succo di anguria e ghiaccio al gelsomino

Ingredienti (le dosi sono per una coppetta classica):

2 parti di prosecco molto secco

1 parte di vodka

1 parte di succo di anguria

una manciata abbondante di gelsomini freschi

2 foglioline di menta fresca

acqua

cocktail

Metti i gelsomini in una ciotola di media grandezza e lasciali a bagno per tutta la notte. L’indomani togli i fiori e con la loro acqua riempi una vaschetta per il ghiaccio, ponila in freezer e aspetta che si siano formati i cubetti. Prendi una bella fetta di anguria, togli i semi, passala al passapomodoro e raccogli il succo. In una coppetta classica da cocktail che hai lasciato almeno un’ora in freezer metti la vodka, il succo di anguria e termina col prosecco. Mescola, aggiungi due cubetti di ghiaccio al gelsomino e le due foglioline di menta.

Per preparare questo cocktail, molto fresco ma anche molto alcolico, che a ogni sorso desta i sensi fino ad accenderli del tutto, indossa mutandine e reggiseno di pizzo color oro sotto i vestiti. Quando lo servirai, a chi vorrai tu, avrai addosso soltanto il tuo completo dorato.

golden bra

Sarà come aggiungere un pizzico di peperoncino al tuo cocktail.