L’Uomo Nero

Vagava in un bosco, era notte e faceva freddo. Gli alberi si piegavano per il vento e i loro rami scheletrici sembravano braccia scarne e nodose che volevano ghermirla. Era spaventata e sola. Improvvisamente si mise a piovere e in un attimo fu zuppa. Il vestito di organza, stappato e leggerissimo, incollato al bel corpo tremante. Erano ore che camminava, era tanto stanca e aveva paura. Abbassò la testa e continuò ad andare avanti, controvento, nell’oscurità spaventevole. Le gocce di pioggia si mescolavano alle sue lacrime, il cuore le batteva forte ed era certa che le sarebbe accaduto qualcosa di tremendo. Fiutava il pericolo come un animale braccato, sentiva fisicamente la vicinanza della trappola in cui stava per cadere.

bosco

Un lampo squarciò il cielo nero e lei vide qualcosa che si stagliava in fondo al bosco: una grande casa. Cominciò a camminare velocemente cadde inciampando nelle radici degli alberi, si ferì le mani e la gambe ma si rialzò e si mise a correre verso la costruzione. Sempre che non fosse stato un miraggio. Lo scherzo dei folletti dispettosi e spesso crudeli del bosco. E invece c’era davvero, doveva essere stata una dimora di campagna ma adesso era abbandonata e cadente. Le finestre erano spalancate e la fissavano come occhi ciechi dalle orbite vuote e nere. La porta era aperta e lei la oltrepassò, certa che il pericolo la stesse aspettando proprio lì. Ma sentiva troppo freddo per rimanere fuori ed era esausta.

Attraversò un lunghissimo corridoio su cui si aprivano tante porte, sia da una parte che dall’altra. I muri erano scrostati e il pavimento ingombro di calcinacci, rami spezzati e foglie marce. Si strinse le braccia attorno al corpo fradicio e tremante e continuò ad avanzare a tentoni finché non arrivò in fondo, davanti a una porta chiusa. Un barlume di luce proveniva dalle fessure, forse un fuoco, abbassò la maniglia ed entrò. C’erano decine di candele accese nella grande stanza completamente ammobiliata, pulita e accogliente. Il camino era acceso, lei gli si avvicinò e crollò sulle pietre tiepide del pavimento, davanti alle fiamme che danzavano solo per lei. Per un attimo si sentì bene, cominciava a scaldarsi e tremava di meno, la paura stava lasciando posto alla speranza. Ma durò poco.

Sentì una presenza dietro di sé ma non ebbe il tempo di voltarsi che un cappuccio di morbido velluto le calò sulla testa, rendendola totalmente cieca. E inerme. Non riuscì neanche a urlare, la voce era stata inghiottita dal terrore. Due mani, grandi e calde, le afferrarono le braccia e la tirarono su, conducendola lontana dal tepore del fuoco. La presa era forte e decisa. Una mano la tenne ferma, mentre l’altra armeggiava con qualcosa che tintinnava in modo sinistro: catene. Due larghi bracciali di metallo gelido le intrappolarono i polsi e altri due le si chiusero attorno alla caviglie. Un attimo dopo risentì il tintinnio e si trovò con le braccia e le gambe completamente spalancate, come se fosse sopra una croce di Sant’Andrea.

candele

Il tessuto leggero della veste fradicia, e completamente trasparente, mostrava molto di più di quanto non coprisse. Lei tremava, ma non più per il freddo. Terrore ed eccitazione le scorrevano nelle vene, mescolandosi in un cocktail adrenalinico che le faceva contrarre i muscoli fino allo spasmo. Respirava a fatica sotto il cappuccio e aspettava, temendo e desiderando che succedesse qualcosa. Ma era tutto silenzioso e immobile e l’attesa divenne insopportabile, un’agonia.

Il tocco di una mano sul petto la fece scattare come una molla e quando si sentì afferrare e strappare la veste di dosso finalmente urlò. E dopo di nuovo silenzio e immobilità. Il dolore arrivò inaspettato e bruciante, una frustata su una coscia. E poi sull’altra, e ancora una sulla schiena. I colpi erano secchi e decisi, ma non forti, il dolore passava immediatamente e rimaneva solo l’attesa del prossimo colpo. Il desiderio di provare di nuovo quella sensazione.

Si stava bagnando e il suo sesso glabro e liscio pulsava febbricitante. Lo sentiva che il suo aguzzino era lì, non lo vedeva e non lo udiva, ma percepiva la sua presenza attorno a lei. Ne respirava il potere. Qualcosa le morse i capezzoli, metallo freddo, e lei emise un lamento e un sospiro. La pressione di quelli che immaginò fossero morsetti o pinze o chissà cosa era costante e apparentemente innocua. Ma dopo un po’ arrivò il bruciore e dopo il dolore e infine il piacere quasi insopportabile di una lingua calda che le leccava i capezzoli in fiamme.

Una corda morbida le imprigionò un seno in un cappio, era stretta e faceva un po’ di male ma meno dei morsetti o di più? Non lo capiva e poi toccò all’altro seno a essere imprigionato. Si sentiva le mammelle gonfie, aveva la sensazione che le potessero esplodere da un momento all’altro. E quando qualcosa di molto leggero, quasi impalpabile, forse una piuma, cominciò ad accarezzargliele, lei emise un suono roco e spinse il bacino in avanti, cercando di aprire le gambe ancora di più. La lingua assaggiò di nuovo i capezzoli strizzati e in fiamme e lei pensò che sarebbe svenuta per il piacere.

Fu abbandonata all’attesa un’altra volta, a lungo, e il dolore cominciò a prendere il sopravvento. Il seno le bruciava e le strisce di pelle su cui si era abbattuta la frusta le pulsavano. Non sentiva quasi più le braccia e le gambe, ma se provava a muoversi aveva la sensazione di essere trafitta da mille aghi sottili e incandescenti. La mano sulla schiena la fece piegare a novanta gradi e le gocce di cera bollente sul collo, sulle spalle e giù, giù fino al bacino, la fecero urlare.

Faceva fatica a respirare e stare in quella posizione, col sesso nudo e glabro esposto alla vista del suo aguzzino la angosciava. Quando lui la penetrò inaspettatamente, lei si irrigidì, contraendo i muscoli di tutto il corpo. Ma le fitte roventi le annebbiarono la mente e si rilassò emettendo un suono da animale ferito. Lui si muoveva piano dietro e dentro di lei, continuando a farle colare la cera bollente sulla carne bianca e morbida. La sculacciava, la mordeva e lei a un certo punto non capì più nulla.

catene

Le sembrava di essere in una bolla e di fluttuare, di avere ovatta liquida al posto del cervello, le percezioni erano distorte, il piacere e il dolore erano un tutt’uno che le faceva perdere il senso dell’orientamento e le dava le vertigini. Quando la mano del suo carnefice si insinuò tra le sue cosce spalancate e le ghermì il fiore di carne che stillava rugiada, capì che era arrivata, che stava per esplodere. Lui le afferrò il clitoride con due dita, glielo strinse e poi cominciò ad andare su e giù, come se avesse il sesso di un uomo tra le mani. E intanto la penetrava sempre più forte e più velocemente, stringendole il collo, proprio sotto la nuca.

Urlò forte. L’orgasmo fu così intenso che fu scossa da contrazioni e spasmi incontrollabili. Era come se stesse prendendo la scossa. Anche lui venne forte, ma senza nessun suono, con una mano tra le sue gambe e l’altra aggrappata al suo collo. Dopo un attimo lo sentì allontanarsi, uscì da lei e la lasciò vuota. Rimase piegata in due, con la bocca spalancata dentro il cappuccio che la faceva respirare e stento, gli occhi serrati e tutto il corpo dolorante.

Due mani gentili la presero per le spalle e la rimisero dritta, fu liberata dalle catene e finalmente le fu tolto il cappuccio. Il gigante avvolto in un mantello di pelle nera davanti a lei le sorrise timidamente e lei ricambiò soddisfatta.
“E’ andato tutto bene, mia Regina?” chiese lo schiavo abbassando rispettosamente il capo.
“Sei stato perfetto, mio caro, come al solito… ora però andiamo a casa, sono un po’ provata” gli disse con un’espressione diabolica. L’Uomo Nero aprì il mantello e l’accolse e lei gli passò le mani attorno al collo. Lui richiuse la cappa attorno alla sua Regina, schioccò la lingua e sparirono in una nuvola di polvere azzurra.

seppie crude
Ricetta: Linguine al nero di seppia con dadolata di tonno crudo

Ingredienti per 2 persone:

1 seppia con la sacca del nero

150 gr di estratto di pomodoro

1 spicchio d’aglio

1/2 bicchiere di vino bianco

200 gr di linguine

1 peperoncino

1 fetta di tonno fresco di 200 gr circa

prezzemolo q.b.

Olio e.v.o

Sale q.b.

Pulisci le seppie, facendo attenzione a non rompere la sacca contenente il nero, e tagliale a striscioline molto sottili. Dopo aver tolto l’anima all’aglio, taglialo molto finemente e mettilo a rosolare in una casseruola con un po’ d’olio e.v.o.Prima che si imbiondisca aggiungi le seppie, mescola bene e unisci il concentrato di pomodoro che hai sciolto in mezzo bicchiere d’acqua tiepida, il nero e 3/4 del peperoncino tritato (se la vuoi meno piccante togli i semi). Amalgama ben bene e aggiungi il vino, fai sfumare, abbassa la fiamma, copri e fai cuocere per mezz’ora.

tonno crudo

Taglia il tonno, che hai congelato immediatamente dopo averlo acquistato e poi scongelato in frigo, a strisce della larghezza di un mignolo e poi a dadini di media grandezza. Mettili in una terrina, aggiungi il prezzemolo tritato, un filo di olio a crudo, un pizzico di sale e il restante peperoncino tritato. Fai riposare a temperatura ambiente.
Cuoci le linguine in acqua salata, scolale molto al dente, e uniscile al condimento, facendole mantecare a fuoco medio fino a cottura ultimata.
Impiatta e aggiungi la dadolata di tonno sulle linguine.

cavigliera

Un corsetto a balconcino che ti stringe la vita e ti strizza il seno, questo è l’ingrediente magico per la perfetta esecuzione di questa ricetta. E anche due catenelle ai polsi e due cavigliere che tintinnano. Mentre ti muovi nella tua cucina, prendi i tegami e gli utensili che ti servono, tocchi il cibo ed esegui le varie fasi della preparazione, devi avere l’impressione che due mano forti e gentili ti stringano la vita e che un paio di occhi profondi ti accarezzino il seno. Sentirai il tintinnio dei braccialetti e delle cavigliere mentre muovi i polsi, quando ti sposti, e sorriderai tra te e te. Perché sai benissimo che quel corsetto e quelle catenelle hanno un significato importante. Sono un simbolo. E anche Lui lo sa.

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