La sirena dalle squame d’acciaio

Lei viveva in un buco sul fondo dell’Oceano, se l’era fatto scavare dai granchi, e stava sempre lì, con la coda nascosta, i gomiti poggiati sulla sabbia e il mento sui palmi. Mostrava soltanto la testa, il collo e il seno perfetto, con le aureole rosa chiaro e i capezzoli lunghi e grandi, adornati da due stelle marine dorate, con un buco al centro.

Uno squalo l’aveva ghermita e le aveva quasi staccato la coda, le aveva strappato le pinne e tutte le squame indaco e argento. Gliel’aveva lasciata nuda, con la pelle trasparente che mostrava le vene bluastre, chiazze rosso sangue e lunghe cicatrici scure e rigonfie. Lei si vergognava di quell’unica gamba zoppa e deturpata, ridotta a un povero pezzo di carne triste e sfregiato.

Non danzava più insieme alle sue amiche, non cantava e non faceva più l’amore. Non toccava e non si faceva toccare da nessuna sirena e da nessun tritone e aveva quasi dimenticato cosa significasse vibrare sotto il tocco delicato di un’altra coda, di fremere sotto mani sapienti e bocche affamate del suo sesso nascosto sotto le squame indaco e argento. Adesso il suo fiore di carne era esposto come una ferita, si vedevano le labbra, un tempo rigonfie e adesso appassite. Chiuse.

sirene e tritoniLui la sognava tutte le notti e si svegliava regolarmente col sesso duro e bagnato, il respiro corto e le mani serrate. La vedeva piangere disperata mentre si accarezzava la coda offesa e nuda, la sentiva soffrire mentre vedeva i suoi simili godere in frenetiche danze d’amore. Ormai erano mesi che faceva quello stesso sogno e col passare dei giorni si era convinto che lei esisteva davvero, che lo stava chiamando, che le sue lacrime erano una richiesta d’aiuto.

Così una mattina presto, il sole dormiva ancora e il mare respirava tranquillo e profumato, andò al porto e comprò una rete da pescatore con le maglie strette, molto strette. Poi tornò nello scantinato dove lavorava e cominciò a fare l’unica cosa che sapeva l’avrebbe fatta di nuovo felice. Era unfabbro e aveva uno strano potere sui metalli che tra le sue mani si scioglievano come il sesso di una donna in preda al piacere.

Ma quello che gli rispondeva meglio, quello che gli dava più soddisfazione e che lo faceva sentire potente come un dio era l’acciaio. Lui prese la spranga più bella, quella più luccicante e incominciò a sfogliarla. Il freddo materiale, duro e lucente, rispondeva ai suoi desideri, ansioso di accontentarlo e sembrava una cipolla che perdeva la pelle, strato dopo strato.

Dalle lamine sottili creò delle piccole squame di pesce, alcune piccole come unghie, altre grandi come un petalo di rosa. Di giorno lavorava alla coda d’acciaio, di notte sognava la sua sirena e al mattino si svegliava sconvolto dal piacere e dalla vergogna. Perché a lui quella coda oscenamente
deturpata, nuda ed esposta lo faceva impazzire.

Gli piaceva così com’era, piena di cicatrici scure e gonfie, spellata, scorticata a chiazze bianche e rossastre. Anche per questo le stava costruendo una coda nuova, non solo per fare felice lei ma anche per godere di un unico momento di gioia. Sapeva che quando gliel’avrebbe regalata lei, per indossarla, avrebbe dovuto mostrare la sua gamba da pesce sfregiata e lui l’avrebbe finalmente potuto ammirarla da vicino.

E un giorno la finì, attaccò l’ultima lamella d’acciaio a forma di squama, controllò che la lunghissima cerniera nascosta funzionasse, si spogliò e si buttò in mare, con la coda che brillava nascosta dentro una borsetta che portava a tracolla. Non aveva bombole, solo una maschera e sapeva che se quello di cui si era convinto fosse stato falso, sarebbe morto annegato.

Andò in fondo, cominciò a incontrare i primi pesci tra i giardini sottomarini, vide le colline ricoperte di alghe, le foreste di coralli e anemoni e le montagne di roccia scura. E l’aria non gli mancava, non respirava eppure gli sembrava di farlo. Quando arrivò così in profondità dove un uomo non si era mai spinto, incontrò il primo tritone che lo guardò come se fosse un fantasma.

Lui proseguì, sicuro della direzione, mentre altri tritoni e alcune sirene facevano capolino dalle caverne e dagli anfratti nascosti tra le spugne giganti.
“Un umano” sussurravano più esterrefatti e affascinati che spaventati, “un umano che nuota e respira come un pesce”. E lo seguirono, curiosi e increduli.

Quando lei lo vide sgranò gli occhi e cercò di nascondersi dentro il suo buco, ma era troppo corto per contenerla tutta e le rimase fuori tutta la testa con i lunghi capelli indaco che le danzavano morbidi e sinuosi attorno al viso. Lui le sorrise e si avvicinò lentamente, era stanco ed emozionato.
Si impose di non pensare alla coda nascosta perché gli sarebbe diventato istantaneamente duro e avrebbe fatto una figuraccia.

Quando le fu davanti, aprì la borsetta e tirò fuori la meravigliosa guaina dalle squame d’acciaio che brillava così tanto che lei dovette socchiudere gli occhi. Non capì immediatamente cosa fosse, ma quando se ne rese conto schiuse le labbra rosse e carnose e sussurrò:”Oooh!”

sirene

“Vieni” le disse lui facendole un cenno con la mano, gli occhi fissi sul foro rotondo che nascondeva la coda dei suoi desideri. Lei scosse la testa, non voleva farsi vedere.
Per favore” la implorarono gli occhi del ragazzo.
“Girati” gli disse lei usando un dito.
Lui scosse la testa e le porse la coda, ma si tenne a distanza. Lei si passò la lingua sulla bocca, gli occhi che le brillavano. Poi venne fuori, guizzando dal buco in un lampo, mostrando la gamba da pesce nuda e martoriata in tutto il suo splendore.

Lui rimase immobile, a fissarla, riconoscendo ogni centimetro di carne, ogni brandello di pelle sfrangiata, ogni cicatrice e vena spezzata e ricucita. Lei gli strappò la coda d’acciaio dalle mani e cercò di entrarci dentro ma non ci riuscì perché era troppo stretta. Lui la lasciò fare per un po’, sorridendo e godendosi lo spettacolo della lunga gamba pinnata che danzava, si contorceva, si mostrava meravigliosamente oscena.

Lei lo guardò implorante e lui le tolse il suo nuovo vestito alle mani, aprì la cerniera e glielo fece indossare. Era perfetto, sembrava la sua vera pelle, e le stava benissimo. Lei l’abbracciò e lo baciò, prima premendogli forte le labbra sulle labbra. Poi schiudendo la bocca, offrendogli e cercando la sua lingua. Quando si staccarono, lei era in fiamme, lui pensava alla coda nuda.

Lei lo portò in una caverna e lo fissò con una luce selvaggia negli occhi, si piegò a novanta gradi e gli offrì il sesso glabro e da troppo tempo dimenticato. Lui le si avvicinò, l’abbracciò e le sussurrò all’orecchio:
“Spogliati”.
Lei rimase ferma, stupita, non capiva. Ma quando si rese conto che cosa voleva, si allontanò e gli disse: “No!” scuotendo violentemente la testa, la faccia scura.
“Ti prego… io la amo. Amo la tua coda così com’è, con le sue cicatrici profonde… imperfetta, spaventevole e bellissima. La voglio accarezzare, baciare, stringere… nuda”.

Lei tremava, con le iridi blu come il fondo del mare dentro quelle marroni come la terra che la imploravano. E fu proprio in quel momento che la vide, la vide dentro gli occhi di lui, la sua coda nuda, impressa dentro quegli occhi dolci, come un marchio di fuoco. Lentamente abbassò la cerniera e la coda di squame d’acciaio si aprì,  la  gamba storpiata sgusciò fuori e gli si piazzò davanti. Fiera e regale.

Lui l’afferrò per le anche la sollevò e le appoggiò la bocca sul sesso glabro e scoperto, glielo sfiorò con le labbra. Poi cominciò a deporre piccoli baci bagnati su ogni centimetro di ogni cicatrice, di ogni spellatura, graffio e rigonfiamento della pelle.

Lei rimase immobile e improvvisamente sentì una cosa nascerle dentro, proprio dal centro del petto, un impulso profondo e irrefrenabile. E finalmente rise, di cuore.
Di nuovo.

Ricetta: sarde in crosta di scaglie di mandorle…

Ingredienti per due persone:

1/2 chilo di sarde fresche
2 albumi
100 gr di scaglie di mandorle
1 cucchiaino di farina
olio di semi di arachidi
sale q.b.

Per guarnire:

salsa di soia
crema di aceto balsamico
coriandolo fresco

Pulisci, o fatti pulire dal pescivendolo le sarde, aprendole a libro. Separa i tuorli dagli albumi e sbattili insieme al cucchiaino di farina. Passaci le sarde e “impanale” con le scaglie di mandorle. Friggile nell’olio di semi di arachidi finché le mandorle non saranno dorate. Falle risposare un poco in un foglio di carta assorbente. Prepara una salsina con la salsa si soia, la crema di aceto balsamico e il coriandolo tritato. Impiatta le sarde e metti qualche goccia della salsa su ognuna.

sarde… con insalata di patate e melograno

Ingredienti per due persone:

2 grosse patate novelle o quattro medio/piccole
1/2 melograno
un paio di foglie di menta
succo di 1/2 o 1 lime, dipende dalla grandezza e succosità
olio e.v.o.
sale q.b.
pepe bianco
polvere d’aglio

Lessa le patate, sbucciale, lasciale raffreddare e tagliale a dadini regolari. Sgrana il melograno e spremi la buccia, cercando di recuperare il succo dei chicchi rimasti intrappolati. Aggiungi i chicchi alle patate e aggiusta di sale, condisci l’insalata con il succo di lime, quello del melograno, le foglie di mentuccia a pezzetti, un spruzzata di aglio in polvere e una di pepe.

melograno
Mentre cucini, per lui, per un’amica, o anche solo per Te, indossa una parrucca colorata, la trovi a poco prezzo in qualsiasi negozio che vende articoli per feste e costumi di carnevale. O anche in un normale negozio di parrucche. Non importa il colore, scegli quello che preferisci, decidi tu che sirena vuoi essere. E canta. Canta mentre cucini, con la tua bellissima parrucca colorata in testa. Canta per te e per chi vuoi tu. Solo in questo modo la ricetta verrà eseguita correttamente. Perché dentro ci sarà anche il tuo canto e la tua allegria. E tutto il tuo amore. Per Te.

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