Oltre lo specchio

Ai confini della mondo c’è la Terra della Luce, un grande Paese abitato da Esseri di Luce con cui, in tempo molto lontano, gli Umani convivevano in grande gioia e armonia. Poi a poco a poco le donne e gli uomini cominciarono a non andarci più e dunque non avere più contatti con loro.
All’inizio gli abitanti della Terra della Luce ci rimasero molto male ma poi anche loro si abituarono e rimasero in contatto soltanto con i bambini e i vecchi, saggi bimbi dalla pelle increspata.

Elfo

Tra gli Esseri di Luce ci sono anche gli Elfi, bellissime creature alte e sinuose, con lunghissimi capelli biondi e setosi, gli occhi blu e sì, le orecchie a punta. Gli Elfi hanno una Regina che amano e rispettano e la Regina ha una Guardia Reale, formata dagli Elfi più belli, luminosi e coraggiosi.

La Guardia Reale Elfica, formata sia da maschi che da femmine, ha un’origine misteriosissima, nel senso che non si sa quale sia la genesi di queste magnifiche creature. Alcuni dicono che li partorisca tutti la Regina, che siccome non invecchia ed è immortale, ne ha già sfornati a bizzeffe. E che il padre sia un raggio di sole.

Altri che nascano dagli enormi baccelli dell’albero della Bellezza Infinita, e che siano quindi figli della Madre Terra (il padre è ignoto), e infine si dice anche che vengano direttamente dal Cielo. In ogni modo, la Guardia Reale Elfica è uno spettacolo per gli occhi e la Regina ne è molto orgogliosa.

A differenza degli altri Elfi, i Guardiani Reali hanno le ali, enormi ali bianche che tirano fuori come e quando vogliono e che quando camminano non si vedono proprio, un po’ come le unghie dei gatti. Sono ali retrattili. Ma non basta, gli Elfi Reali sono asessuati. Tutti. Quasi tutti.

Infatti una volta accadde qualcosa che lasciò tutti gli abitanti della Terra della Luce, sbigottiti. Durante la cerimonia del cambio della Guardia Reale, che avviene ogni cento anni, tra i nuovi Guardiani ce n’era uno che aveva una strana cosa lunga e molle che gli penzolava tra le gambe. La Regina, Elfa di mondo che aveva avuto rapporti abbastanza intimi sia con vari e svariati Esseri di Luce che con vari e svariati Umani, capì subito di cosa si trattava. E inorridì. Un Elfo della Guardia Reale col battaglio!

elfo con le ali

La Regina degli Elfi e il Gran Consiglio Reale decisero di toglierlo immediatamente dalla Guardia Reale e di farlo vivere in mezzo agli altri Elfi. Ma quando Veryamehtar sentì che stavano per degradarlo da Elfo reale a Elfo ordinario, si ribellò e disse:
“Io non sono un Elfo come tutti gli altri e non perché ho questo coso ma perché ho le ali!”
“Non importa” gli rispose la Regina, “non userai le ali e le terrai sempre al loro posto, in compenso potrai usare il tuo battaglio. Qui per lui non c’è posto”.
“No!” Esclamò Veryamehtar, “io tra gli Elfi senza ali non ci vado”.

A quel punto la Regina e il Gran Consiglio Reale gli imposero un aut aut: o la vita tra gli Elfi senza ali e l’esilio. E lui scelse l’esilio. Si allontanò a testa bassa e salì a piedi sulla montagna più altra della Terra della Luce, da lì, spiegò le sue grandi ali bianche e spiccò il volo.

Fece un lungo giro attorno a tutta la Terra della Luce per imprimerla nei suoi meravigliosi occhi blu, già ne sentiva la nostalgia, e piangendo amare lacrime si diresse verso le terre abitate dagli Umani. Aveva freddo perché si sentiva solo e per questo si diresse a Sud. Dall’alto vide molte nazioni, scese un po’ e le nazioni si trasformarono in città e in villaggi. Arrivò la sera e Veryamehtar era stanco, aveva fame e sete, così decise di fermarsi da qualche parte.

Planò ancora più giù e vide una città che gli sembrò bellissima, era adagiata sul mare, ai piedi di una montagna e aveva meravigliose cupole rosse che brillavano alla luce della luna. Veryamehtar atterrò vicino a una fontana in una bella piazza, al centro della fontana c’era il Genio della città e l’Elfo lo salutò.

Genio Palermo

“Ciao Genio”
“Ciao Elfo, ma che ci fai qua?”
“Sono di passaggio… la mia Regin…”.
In quel momento sfrecciò un motorino a tutta velocità, con due ragazzini senza casco a bordo, inseguito da una volante della polizia. L’Elfo si spaventò e spiegò le ali che fecero distrarre gli agenti e scappare i due delinquentelli. Il poliziotto alla guida frenò e insieme al collega scese dalla macchina, non si rendevano conto di cosa fosse successo ma volevano vederci chiaro.

Rita tornava dal lavoro proprio in quel momento, faceva le pulizie in un ufficio là vicino e quando vide quel meraviglioso essere alto, muscoloso, con lunghissimi capelli biondi, che indossava una tunica bianca, sussultò:
“Un Elfo…” pensò, poi vide gli agenti che andavano verso di lui e capì che era nei guai, o stava per esserci. Non perse tempo, agì d’istinto e gridò:
“Peeeeppe! Peeeeeppe! Mi hai lasciato di nuovo senza chiavi! E poi, quante volte ti devo dire che non devi uscire da solo?”

Gli agenti si girarono e si trovarono davanti la donna più brutta che avessero mai visto. Era bassa e grassa, con un filo di barba che le adornava la mascella e un peluria piuttosto fitta sopra il labbro superiore. Gli occhi porcini, le orecchie a sventola, i capelli spelacchiati e la voce da cornacchia. Anche Veryamehtar la vide e si turbò perché pensò che fosse un essere degli inferi. Solo un diavolo poteva essere così brutto.

“Che ha combinato stavolta?” chiese Rita ai poliziotti che si allontanarono istintivamente.
“Non lo sappiamo ma qualcosa ha fatto” disse uno.
“Ha fatto scappare due scippatori in motorino” aggiunse l’altro.
“E come?” chiese Rita.
“Ha… ha…”.
“Ha…?”
“Ha aperto le ali”.
Un Elfo Reale, pensò lei emozionata ma fece finta di niente e fissò i due poliziotti come se fossero pazzi.
“Le che…?”
“Le a… ali”.

A Rita veniva da ridere ma si trattenne e invece guardò gli agenti con aria grave.
“Lui è mio cugino ma è orfano e vive con me, non è tanto normale perché quando era piccolo ha avuto un incidente di macchina in cui è morta tutta la sua famiglia. Vive in un mondo di fantasia e crede di essere un Elfo…

Veryamehtar trasalì e sgranò leggermente i suoi meravigliosi occhi blu ma rimase immobile.

“…per questo si fa crescere i capelli e si veste così. Si mette anche due pezzi di plastica sulle orecchie per farsele a punta ma, per quanto ne sappia io, non ha, né ha mai avuto, le ali… fatemelo portare a casa per favore… non sta tanto bene”. E si avvicinò a Veryamehtar, lo prese per mano e guardò i due poliziotti con una faccia così pietosa e miserabile che i due non se la sentirono di infierire su quella creatura già così bastonata dalla vita.

Ali

“Andate” disse uno di loro. Il Genio ridacchiò e Rita trascinò l’Elfo dentro un portone che stava proprio all’angolo della piazza.
“Come lo sai che sono un Elfo?” le chiese lui non appena furono nell’androne del palazzo.
“Prego, eh!” Rispose Rita. “Perché vengo dallo stesso posto da cui vieni tu. Sono una Maga delle Isole”.
“Non è possibile!” esclamò lui mentre salivano la prima rampa di scale.
Le Maghe delle isole erano creature incantevoli, quasi più delle Elfe.
“E invece sì. Come ti chiami?”
“Veryamehtar. E tu?”
“Ayshàmira ma qua mi chiamano Rita. Vieni” e lo fece entrare a casa sua.

Dopo che Veryamehtar ebbe mangiato e bevuto si sentì molto meglio, era stanco e voleva dormire ma aveva visto delle cose che lo avevano incuriosito.
“Perché c’è un drappo sullo specchio del bagno e in quello della tua camera?”
“Perché sì”.
“E perché se sei una Maga delle Isole sei… così?”
“Perché mi hanno punita”.
“Perché?
“Perché scopavo troppo… soprattutto Umani… ma cazzo gli Umani mi fanno impazzire! Ma anche voi Elfi non siete male…”
“Scopavi nel senso che… li pulivi?

Rita scoppiò a ridere, rideva, rideva e non riusciva a fermarsi e il suono della sua risata era veramente sgradevole. Poi, a poco a poco, si calmò.
“N… no… non li pulivo, ci facevo sesso. Sulla Terra si dice anche scopare”.
E tu scopavi gli Umaniiiiiii?” chiese Veryamehtar scandalizzato.
“Sì. E tu, perché andavi in giro a quest’ora vestito come uno scemo che se non intervenivo io ti facevi arrestare? A proposito, ma quanto erano fighi quei due con l’uniforme… mmmmmmh!”

“Smettila! Io sono qua perché c’ho un coso”.
“Un che?”
“Un coso qua” e mise la mano sul pube.
Rita sgranò gli occhi, socchiuse la bocca e si mise un’espressione di tale sorpresa e meraviglia che la rese ancora più brutta. Se possibile.
“Hai il cazzo?! Ossignore! Ma gli Elfi Reali non ce l’hanno! Sei un miracolo della Natura… e t’hanno mandato via perché c’hai il cazzo?!”
“La Regina l’ha chiamato battaglio… e comunque sì… ho questa inutile cosa che non mi permette di essere un Elfo Reale, anche se ho le ali, e quindi mi hanno esiliato perché non ho voluto andare a stare tra gli Elfi ordinari. E ora dimmi perché hai coperto gli specchi”.
“Va bene, ma poi tu mi fai vedere il battaglio. Ok?”
Veryamehtar ci pensò un momento.
“Solo guardare.”
“Solo guardare”.
“Va bene”.

“Vieni con me” gli disse lei e lo portò nella sua stanza. “Siediti sul letto”.
Veryamehtar lo fece e lei si avvicinò all’armadio e tirò via il drappo nero che ricopriva una delle ante.
“Chiudi gli occhi” gli disse, e lui lo fece.
Rita si andò a sedere vicino all’Elfo e sospirò forte.
“Puoi aprirli”.
Veryamehtar schiuse le palpebre e vide riflessa nello specchio, proprio accanto a lui, la più bella creatura che avesse mai visto in vita sua. Mora, con i capelli di seta che le arrivavano alla vita, gli occhi di velluto nero, il seno alto e pieno, le gambe lunghe e affusolate, la bocca di petali di rosa scarlatta.

specchio

Distolse gli occhi e guardò Rita che aveva un’espressione tristissima, la stessa della meravigliosa creatura riflessa nello specchio.
“Ma sei davvero tu!” esclamò lui.
“Sì. Io sono… ero così ma non lo sarò più, a meno che non mi perdonino. E adesso fammi vedere il battaglio”.
Veryamehtar era incantato e fu con grande naturalezza che, guardando sempre dentro lo specchio, si sollevò la tunica e le mostrò il più bel battaglio che Rita avesse mai visto. Era enorme.

Lei diventò ancora più triste e lo guardò con gli occhi pieni di lacrime, lui le toccò il viso e gliele asciugò. Lei sussultò ma rimase immobile.
“Spogliati” le disse emozionato sempre fissandola attraverso lo specchio.
Lei si sfilò il vestito e rimase in mutandine e reggiseno. Veryamehtar trattenne il fiato, la sua pelle ambrata sembrava di seta, era incantevole.
“Vieni qua” le disse e aprì le gambe. Rita esitò un momento, poi si andò a sedere sulla sponda del letto, tra le sue cosce. Lui la annusò, sapeva di ambra e mirra, le sfiorò i capelli e la sentì rabbrividire. Le abbassò le spalline del reggiseno e le accarezzò il petto e le spalle. Lei ansimava e sentiva che il battaglio cresceva e cresceva, spingendo contro il suo fondoschiena.
L’Elfo le accarezzò la pancia e le cosce, le sfilò le mutandine e chiuse le mani attorno ai suoi seni. A quel punto Rita non capì più niente, si agitava, guaiva, muggiva, emetteva suoni che Veryamehtar non aveva mai sentito in vita sua ma lo eccitavano profondamente.

La prese di peso, se la mise addosso e la penetrò con dolce determinazione. Lei emise un piccolo urlo, poi sbuffò come un cavallo e cominciò a dimenarsi su di lui. Lui le strizzava i capezzoli, le dava baci sul collo, le leccava le spalle. E quando lei girò la testa offrendogli le labbra scarlatte già schiuse, lui non capì più se stesse baciando Rita o Ayshàmira. Perché ormai erano un’unica persona. Quando lei, adagiata sul suo petto, esplose di piacere con la bocca spalancata e le unghie conficcate nelle sue cosce, lui la seguì a ruota. Per un momento pensò che stesse per morire, immediatamente dopo che fosse già nel Paradiso degli Elfi e infine benedisse il suo battaglio.

“Voglio stare sempre con te” le sussurrò quando si calmarono, ma non lo disse guardandola attraverso lo specchio.
“Tu sei scemo” gli rispose lei.
“No. Io ti amo, così come sei e poi c’è sempre lo specchio, no?” e le sorrise.
“Non se ne parla neanche… che poi quando usciamo per strada sembriamo il Bello e la Bestia… anche io voglio stare sempre con te ma con il mio vero aspetto”.

Veryamehtar la guardò intensamente e lei si sentì sciogliere e le venne da piangere, ma lui non la vedeva, stava pensando.
“Ma oltre alla trasformazione fisica, ti hanno tolto anche i poteri di Maga?”
“No, ma ho il divieto di usarli per modificare il mio aspetto. Se lo faccio mi trasformano in uno scarafaggio”.
“Uhm… e se li usi in un altro modo?”
“Non lo so, dipende… perché?”
“Perché ho un’idea” le disse lui con un’espressione pericolosamente enigmatica. Guardò nello specchio, poi guardò lei e si alzò.
“Vieni” le disse tendendole la mano.

“Dove?”
Il sorriso di Veryamehtar diventò ancora più profondo e gli occhi blu brillarono di eccitazione.
“Dove staremo sempre insieme come vuoi tu”. E si avvicinò allo specchio.
Rita capì e sussultò. Un brivido le attraversò la spina dorsale.
“Lo puoi fare, vero?”
“Sono in grado, ma non potrei. Forse ci puniranno”.
“Forse” disse lui abbracciandola “se ci troveranno”.
Lei gli strinse forte la mano e insieme varcarono lo specchio.

Ricetta: bocconcini di salsiccia a cotolette con salsa di avocado 

Ingredienti per 2 persone:

300 gr di salsiccia sottile

1 uovo

pan grattato q.b.

sale q.b.

1 cucchiaino di semi di cumino

olio di semi di arachide

10 pomodorini

5 foglie di basilico

aceto balsamico q.b.

origano q.b.

Per la salsa:

1 avocado maturo

1 cucchiaio di yogurt bianco

1 spicchio d’aglio

1 peperoncino rosso

sale q.b.

2 cucchiai di olio e.v.o.

Taglia la salsiccia a bocconcini e inserisci in ognuno 5/6 semi di cumino, puoi aiutarti con una forchetta forando la polpa. Passa i bocconcini nell’uovo sbattuto e dopo nel pangrattato. Non mettere sale, la salsiccia è già salata e lo sarà anche la salsa. Lascia riposare e prepara la salsa.

salsicciaSbuccia l’avocado taglialo a pezzi e mettilo nel frullatore insieme all’olio, un pizzico di sale e l’aglio. Frulla tutto fino a ottenere una crema liscia a vellutata. Taglia il peperoncino a pezzettini, se non ami particolarmente il piccante, prima privalo dei semi. Aggiungi alla salsa i due cucchiai di yogurt e il peperoncino, aggiusta di sale e fai riposare.

AvocadoMetti abbondante olio di arachidi in una padella profonda, appena ha raggiunto la giusta temperatura, friggi i bocconcini e tirali fuori quando saranno ben dorati. Prendi un grande piatto, metti i bocconcini su un letto di pomodorini tagliati a spicchi e conditi con sale, origano, basilico, aceto balsamico e olio e.v.o. e versa tutto attorno un po’ di salsa creando varie macchie di colore. Il resto della salsa verrà servito in vaschette monoporzione.

PomodoriniPer preparare questa ricetta dovresti avere attorno tanti specchi di tutte le misure e le forme che riflettano la tua immagine in qualsiasi momento. E mentre realizzi il piatto dovresti cambiare aspetto a poco a poco.

donna allo specchioCominci in tuta, continui in tacchi e lingerie, termini perfettamente vestita e truccata, indossando la mise con cui servirai il cibo che hai preparato con amore, in compagnia della persona che ami e che ti ama di più. Tu.

La ragazza delle girandole

La ragazza delle girandole ha grandi tette rotonde e porta sempre vestiti leggeri a fiorellini, con le spalline sottili e molto scollati. Ne ha di tutti i colori, corti sopra il ginocchio, e ogni alito di vento fa muovere la gonna come se stesse ballando. Ha l’ossatura minuta e le caviglie sottili, lunghi capelli neri selvaggi e gli occhi verdi. Usa un rossetto molto rosso e un profumo intenso, ha le unghie delle mani e dei piedi laccate di bianco e i sandali di cuoio, con le stringhe intrecciate sul polpaccio e il tacco basso. Sembra una schiava greca, o spagnola.

girandole colorate

Ride spesso, mostrando i denti bianchi e perfetti. Schiude le labbra scarlatte e ride, una risata che viene dal cuore, grassa, cristallina e sguaiata. E molto irritante. Per me. La sua cavigliera trilla a ogni passo e quando muove le mani i braccialetti di metallo, colorati e sottili suonano come l’acqua che scorre dalla fontana vicino alla sua bancarella.

La vedo tutti i giorni, lo so che è una fata e lei sa che sono una strega. E che sono molto pericolosa. Lei è sempre lì, abbronzata e sorridente. Anche lei mi vede tutti i giorni, e risponde al mio sguardo, ma lo fa di sfuggita, di nascosto, accennando un sorrisino. Io invece non rido, non sorrido neanche, i miei occhi sono seri, implacabili. Io non faccio finta di guardarla, la fisso in modo sfacciato perché voglio che lei se ne accorga. E infatti se n’è accorta subito, fin dall’inizio.

Lei vende girandole, grandi girandole colorate che in realtà sono bacchette magiche che rendono felice chi le compra. Una volta mi sono fermata a bere vicino alla fontana e l’ho sentita parlare. Ha una bella voce, bassa e calda, diversa dalla sua risata cristallina, mi sono allontanata con un senso di fastidio, e ho sentito gli occhi della ragazza delle girandole che mi frugavano la schiena. Ieri i Lunghi Mantelli Neri mi hanno convocato e mi hanno detto che la ragazza delle girandole sta diventando pericolosa, che in giro ci sono troppi mortali contenti e che devo agire. E in fretta. Subito.

Vado nella grande piazza e compro un gelato, non voglio dare nell’occhio e mi comporto come una qualunque. Sono anche vestita in modo abbastanza anonimo, un abito nero corto e scollato e un paio di sandali rossi, molto alti, con la zeppa. Adoro le scarpe delle mortali! Non c’è un alito di vento, e dal mare arriva un profumo di alghe appiccicoso e unto che mi fa girare la testa. Fa molto caldo, non si respira quasi, ma quando mi avvicino alla ragazza delle girandole sento brividi di freddo in tutto il corpo.

Mi fermo davanti alla bancarella e lei mi guarda con i suoi occhi verdi da sirena. Indossa un vestitino a fiori bianco e nero e mi dice buonasera. Io la fisso e continuo a mangiare il mio cono al caffè, spalanco la bocca e me lo ficco tutto tra le labbra. E improvvisamente immagino che la palla di gelato sia una delle sue tette e ci gioco con la lingua e con i denti. Abbasso istintivamente lo sguardo perché lei, che è una fata, vedrebbe quell’immagine riflessa nelle mie iridi nere.

Occhio verde
“Una girandola?” mi sussurra con la sua voce bassa e roca. Non rispondo subito, poi le dico: “Forse”.
Lei allora comincia a farle muovere, toccandole leggermente con la punta delle dita e a ogni piccola spinta le sue tette grandi si alzano e si abbassano e il sudore le cola dentro la scollatura. Vedo che le sue mani tremano. Le girandole che si agitano tutte insieme catturano il mio sguardo, i colori dell’arcobaleno formano innumerevoli spirali che mi ipnotizzano. Continuo a mangiare il gelato e penso che la pallina di caffè rimasta sia la sua lingua, e me la giro e rigiro in bocca, succhiandola.

Finisco il mio gelato e vado alla fontana. Premo il pulsante dorato, mi calo e avvicino la bocca all’acqua. Mentre bevo alzo lo sguardo e i suoi occhi verdi sono là, che cercano i miei. Le gocce fresche mi colano sul mento e lungo il collo, fino alla scollatura, perdendosi tra le tette. Lei segue il loro percorso e si passa la lingua sulle labbra rosso sangue. Non sorride più. Dà un altro colpo alle girandole che si mettono a ruotare, sempre più velocemente. Formano un vortice d’aria che comincia a ingrandirsi pericolosamente.

Sta succedendo qualcosa e devo impedirlo ma non riesco a staccare gli occhi da quelle labbra scarlatte. La gente si guarda intorno stupita, un attimo fa l’aria era ferma e adesso sembra che stia per arrivare un tornado. Si alza la sabbia, miliardi di granelli di polvere dorata danzano impazziti, colorando il cielo e creando una cortina che nasconde la ragazza con la sua bancarella, la piazza piena di gente, i bar con i tavolini fuori. Non si vede più nulla, tutto inghiottito da quella tempesta improvvisa. Sembra di essere nel deserto. Improvvisamente il vento cala e la sabbia precipita, formando un tappeto soffice e bianco sul cemento.

Tornado di sabbia

Mi guardo attorno, sono furibonda per quell’atto di magia imprevisto e incontrollabile, e non c’è più nulla. E’ sparito tutto, se non la ragazza delle girandole con la sua bancarella. Tutto attorno il vuoto e lei in mezzo. Si avvicina senza fare nessun rumore, anche l’aria è immobile e lei cammina fluttuando nel vuoto di un bianco accecante. Si mette di fronte a me e mi guarda, i capelli neri, lunghi e selvaggi, si muovono come serpenti, anche se non c’è un alito di vento. Una bellissima Medusa dagli occhi verdi.

“Mi puniranno per questo” dice mentre il seno grande si abbassa e si alza velocemente sotto la stoffa leggera del vestito a fiorellini.
“Anche a me” le rispondo guardandola negli occhi e cercando di non annegarci dentro.
“Perché?” Mi chiede, anche se sa benissimo la risposta.
“Perché ho permesso che accadesse… ti ho permesso di farlo”. Le rispondo come farei con una stupida mortale.
Sorride, in un modo incantevole e terribilmente irritante. Si mette una faccia da schiaffi e socchiude gli occhi, due fessure di smeraldo che illuminano il vuoto bianco.

Schiocco le dita e la luce diminuisce fino a scomparire, diventa tutto nero. Lei fa: “Oooh…” e spalanca i fanali verdi.
Le sorrido come un serpente sorriderebbe a un coniglio.
Altro schiocco e appaiono centinaia di fiammelle sospese nel nulla che brillano come diamanti gialli, come stelle nel cielo scuro. La luce tremolante balla sui nostri volti e sui nostri corpi.

“E ora?” fa lei.
“Non lo sai?” le dico avvicinandomi lentamente.
“No” mente ancora una volta, ridendo con gli occhi.
Scuoto la testa a un centimetro dalla sua faccia.
“E ora… dovrò punirti… severamente”.
Lei sorride e si illumina emanando una luce calda, palpabile, che per un attimo oscura quella delle fiammelle.
“Speravo che lo dicessi” mi sussurra schiudendo le sue labbra sulle mie.


Ricetta: ruote colorate con pesto, pomodorini e bottarga 

Ingredienti per 2 persone:

200 gr di ruote colorate (è un formato di pasta disponibile anche in versione colorata con ingredienti naturali: nero, di seppia, pomodori, spinaci, zafferano)

20 pomodorini di Pachino

2 cucchiaiate di pesto

scaglie di bottarga q.b.

1 spicchio d’aglio

olio e.v.o.

sale.q.b.

1 peperoncino fresco.

Ruote di pasta colarata

Per il pesto:

un mazzo di basilico

1 spicchio d’aglio

una manciata di mandorle pelate

olio e.v.o.

sale q.b.

Incidi a croce i pomodorini nella parte posteriore, sbollentali per un minuto circa, tirali fuori e ficcali in acqua fredda. Spellali, tagliali a metà e privali dei semi. Falli saltare in una padella dove hai fatto dorare lo spicchio d’aglio con un paio di cucchiai di olio e.v.o., aggiungi peperoncino tagliato a pezzettini (se non tolleri troppo il piccante togli i semi) e aggiusta di sale. Fai sobbollire a fuoco vivo per una decina di minuti e spegni la fiamma. Togli lo spicchio d’aglio.

pomodorini di Pachino

Metti a bollire una pentola d’acqua e nel frattempo prepara il pesto. Nel mortaio, se sei paziente, altrimenti nel bicchiere del frullatore metti le foglie di basilico ben lavate e asciugate, un pizzico di sale, le mandorle e un po’ d’olio e.v.o., comincia a frullare, o a pestare, aggiungendo a filo altro olio e.v.o finché non raggiungi la giusta consistenza. Aggiungilo ai pomodorini saltati e mescola bene.

basilico

Butta la pasta e scolala un paio di minuti prima, conserva un po’ della sua acqua. Versala nella padella col condimento e termina la cottura a fuoco medio, aggiungendo poco alla volta la quantità di acqua di cottura necessaria e mescolando spesso. Impiatta e grattugia le scaglie di bottarga sopra le ruote colorate. Decora con un ciuffo di basilico.

arcobaleno

L’arcobaleno, la luce, il buio, le fiammelle sono gli altri ingredienti che ti servono per realizzare e gustare questa ricetta. Mentre cucini, dovrai vestirti di quanti più colori puoi, ogni indumento sarà di una tinta diversa dall’altra, e ne sentirai la sua forza addosso.

I colori dell’arcobaleno sono i colori dei Chakra e sarà il tuo istinto a scegliere quali sono quelli che servono al tuo corpo e alla tua anima. Mentre prepari il piatto la tua cucina dovrà rifulgere, dovrai sentirti immersa dentro la luce. Non importa se naturale o artificiale.

redshoes

E infine, quando servirai il piatto e lo gusterai insieme a chi preferisci, sarai vestita tutta di nero, avrai tacchi altissimi e una profonda scollatura. Le tue labbra scarlatte brilleranno alla luce delle candele che illuminano la stanza. Sarà l’unica luce concessa, oltre a quella dei tuoi occhi.

Il Cimitero dei carretti siciliani

Dietro la grande Cattedrale normanna che si staglia fiera e solenne nel cielo terso, di un azzurro africano, c’è il negozio del Puparo. E loro stavano lì, in fila, uno più bello e colorato dell’altro. Gli ultimi carretti siciliani, con le scene della vita di Santa Rosalia e delle gesta dei paladini di Francia dipinte sulle fiancate.

carretto siciliano

Ma adesso non ci sono più, li hanno portati via. Li hanno attaccati ai cavalli bardati a festa, con i pennacchi colorati e i campanellini d’oro che trillavano, come se dovessero andare a una festa di paese. Sono partiti all’alba, in fila indiana, anche i cocchieri si erano messi il costume tradizionale, sembrava proprio che stessero andando a una sagra. Ma i cavalli erano nervosi, non lo volevano fare quel viaggio, camminavano lenti e gli uomini lo sapevano che era inutile spronarli, anche con la frusta non avrebbero accelerato il passo, lo facevano apposta a impiegarci tanto tempo. Speravano che qualcuno all’ultimo minuto cambiasse idea.

Non appena è cominciata la salita, gli animali sono diventati ancora più irrequieti, sbuffavano e scartavano di lato, quasi si impennavano. Volevano tornare indietro. I cocchieri hanno fatto fatica per riportarli all’ordine, per indurli a fare l’ultimo pezzo di salita, prima della strada sterrata. A quel punto i destrieri si sono arresi e hanno cominciato a trottare, per mettere fine a tutto, il prima possibile. Il cancello era aperto, li stavano aspettando.

I cavalli rassegnati sono entrati a testa bassa, le orecchie calate, gli occhi tristi. Hanno fatto il giro del capannone e si sono fermati davanti al Cimitero dei Carretti Siciliani. Enormi cataste di legno colorato, intagliato e scolpito giacevano sotto il primo sole. Li distruggono con le accette, spaccano le ruote, le fiancate, sventrano i sedili e li ammassano alla rinfusa.

Alla base delle cataste ci sono i pezzi dei carretti più vecchi, ormai sono tutti scoloriti, le immagini dipinte sulle fiancate non si vedono quasi più. Man mano che si va verso l’alto, le tinte si fanno vivide e si riconoscono pezzi delle scene che c’erano dipinte: Orlando con la spada in mano ma senza testa, Angelica con mezza faccia e mezzo corpo, Rinaldo col naso scheggiato. E di Santa Rosalia, la Santuzza, dentro la grotta di Monte Pellegrino, si riconoscono le mani giunte in preghiera.

carretto sicilianoI cavalli hanno cominciato a nitrire forte quando li hanno staccati dai carretti, scalciavano e si sono imbizzarriti. Li hanno dovuti portare via, dietro il capannone prima di cominciare la mattanza. I cocchieri si sono tolti la coppola dalla testa. Appena è partito il primo colpo di ascia contro il legno, i cavalli hanno smesso di agitarsi, sono rimasti immobili, sembravano di pietra. E hanno calato la testa, il muso a terra, nella polvere. I cocchieri sono rimasti a guardare la distruzione del primo carretto, poi se ne sono andati, al galoppo. Alla fine, Orlando e Rinaldo, Angelica, Bradamante e Santa Rosalia sono rimasti lì, in mezzo ad altre centinaia di Orlandi, Rinaldi, Angeliche, Bradamanti e Sante Rosalie, aspettando la notte.

Perché si dice che di notte al Cimitero dei Carretti Siciliani si sentano strani rumori. Fragore di combattimenti, urla, preghiere accorate e musica. Ma soprattutto sospiri e gemiti d’amore. Si racconta che quando la luna brilla alta nel cielo scuro, tempestato di stelle, i carretti si ricompongano pezzo per pezzo. Ognuno riconosce le parti che gli appartenevano e se ne riappropria, poi si mettono in cerchio e cominciano a girare accompagnati da suoni antichi e struggenti. E’ durante quel girotondo che i personaggi delle scene dipinte sulle fiancate prendono vita e scendono sul terreno polveroso, rigato dai segni delle pesanti ruote di legno.

Orlando, bello e fiero nella sua armatura luccicante, con un pennacchio blu sull’elmo d’argento, prende per mano Angelica di bianco vestita e la conduce dietro una vecchissima catasta di legno, ormai senza vita. In cima c’è un antico portale scrostato, con le le enormi cerniere di ferro arrugginito e le grandi maniglie rotonde ancora attaccate. Orlando prende in braccio Angelica e scala quella montagnola scheggiata, per raggiungere quello che è il loro talamo.

Si inebria annusando il profumo dei lunghi capelli biondi, si perde nel cielo di quegli occhi adoranti e, nonostante l’armatura, percepisce il guizzare dei capezzoli sotto la leggera veste candida. Una volta in cima, la poggia delicatamente sul portone duro, scomodo, traballante e l’ammira in tutto il suo splendore. Lei si lascia guardare, amare, possedere da quegli occhi di fuoco, sorridendo timidamente lasciva, offrendosi al paladino che la brama.

Orlando

La veste trasparente rivela e nasconde la sua nudità, lisce curve che promettono intime delizie capaci di far perdere il senno. Il membro duro di Orlando adesso preme contro il sottile strato di seta che riveste internamente la sua corazza. Il dolore del piacere è così intenso che il prode guerriero aspetta ancora un po’ prima di assaggiare quel frutto pronto a farsi cogliere. Lei sbatte le lunghe ciglia, cambia posizione, si mette di lato, mostrandogli la rotondità del sedere niveo. Scopre i denti in un sorriso invitante che lascia trasparire tutta l’urgenza del suo desiderio.

Ed è lì che lui la prende, su quell’antica porta massiccia. Le solleva la veste, ormai la delicatezza e la gentilezza sono scomparse, c’è soltanto la passione selvaggia. Lei spalanca le lunghe gambe lisce, la pelle d’avorio brilla sotto la luce della luna, si denuda il piccolo seno e inarca la schiena.

Lui la penetra senza togliersi l’armatura, liberando il sesso che reclama carne morbida e avvolgente. Angelica geme sotto il peso del ferro freddo e pungente, la corazza la graffia, ma lei non se ne accorge nemmeno e lo accoglie dentro di sé, ingorda e liquida di piacere. Orlando chiude gli occhi, si muove piano dentro di lei e sente i suoi gemiti, i sospiri, le piccole grida di lussuria. La sua bocca trova i capezzoli rosa, morbidi e sfrontati, golosi come piccoli acini d’uva, dolci e sodi. Glieli succhia, glieli morde, lecca tutto il seno e la annusa, godendo del profumo lascivo che emana la sua pelle.

Quando il culmine del piacere li travolge, la bacia, apre la bocca sulle labbra schiuse della sua amata. E lei gli offre la lingua morbida e guizzante che lui accoglie con nuova e rinnovata passione. Intanto i carretti continuano a girare ormai freneticamente, la musica è sempre più incalzante, in perfetto accordo con il ritmo della passione dei due amanti.

AngelicaI cani randagi si mettono ad abbaiare e quelli delle case vicine ululano alla luna. E la loro voce arriva fino alla stalla dove dormono i cavalli dei Carretti che nitriscono forte. Dicono ogni mattina gli operai del Cimitero trovino impronte di ruote di carro sul terreno sterrato e che non hanno mai capito come sia possibile, il cancello è sempre chiuso e la catena intatta. E che le cataste di pezzi di legno colorato sono diverse da come le hanno lasciate, o sono di più o sono di meno. O più grandi o più piccole.

Si racconta anche che una notte uno dei cavalli dei Carretti, una femmina tutta nera, sia scappata e sia andata al Cimitero. La giumenta non è mai tornata e non se ne è saputo più niente. Il mattino dopo gli operai del Cimitero hanno trovato un pezzo di carretto lontano dalle cataste, un po’ isolato. C’era dipinto Brigliadoro, il destriero di Orlando, che aveva accanto un altro cavallo tutto nero che non avevano mai visto prima. E anche l’espressione della dolce Angelica e dell’intrepido paladino sembrava diversa. Sorridevano.

Eh sì, si dice che di notte al Cimitero dei Carretti Siciliani succedano cose strane e misteriose ma si sa che la gente ha un sacco di immaginazione.


Ricetta: Tortino di sarde con cous cous al pesto di arance rosse

Ingredienti per 2 persone:

10 sarde (o giù di lì, dipende dalla grandezza dei pesci)

il succo di 1 arancia rossa

1/2 bicchiere di vino bianco

pan grattato q.b.

semi di sesamo (stessa quantità del pan grattato)

olio e.v.o.

sale q.b.

sarde a libro
Per il pesto:

1 arancia rosa

1 ciuffo di foglie di basilico

una decina di foglie di menta

20 mandorle pelate

1 spicchio d’aglio

olio e.v.o

sale q.b.

pepe bianco q.b.

 

Per il cous cous:

50 gr. di cous cous precotto

50 ml di brodo di pesce

olio e.v.o

Pulisci e apri le sarde a libro privandole anche della coda, i pescivendoli gentili lo fanno, e mettile a marinare per un paio d’ore in una terrina con il succo dell’arancia rossa, il mezzo bicchiere di vino bianco, tre cucchiai di olio e.v.o e un po’ di sale.

cous cous

Mentre aspetti, metti pochissimo olio in una padella antiaderente e quando è caldo versaci il cous cous, fallo tostare, ma non colorare, e non appena è ben lucido spegni il fuoco, aggiungi il brodo e copri. Il brodo deve essere già salato, ma quando il cous cous è pronto, e cioè dopo una decina di minuti, assaggia e nel caso regola di sale.

Nell’attesa, metti nel bicchiere di un frullatore l’arancia sbucciata a vivo e tagliata a pezzi, il basilico, la menta, le mandorle, lo spicchio d’aglio, il sale, il pepe, l’olio e un paio di cucchiai della marinata delle sarde.

Quando le sarde sono pronte, passale nel pan grattato a cui hai aggiunto i semi di sesamo e un po’ di sale. Con una forchetta sgrana il cous cous, aggiungi il pesto di agrumi, lasciandone un po’ da parte per dopo, e mescola bene.

Ungi con olio e.v.o. uno stampino di alluminio monoporzione e foderalo con le sarde, mettine una o due al fondo, dipende dalla grandezza dei pesci, e le altre sulle pareti, i lati leggermente sovrapposti e le basi appena piegate su quella che sta sotto. Inserisci il ripieno di cous cous al pesto, lasciando lo spazio per chiudere il tortino con un’altra sarda.

Passa in forno preriscaldato a 180° per 15 minuti, sforna e lascia riposare per una decina di minuti prima di togliere i tortini dagli stampi. Impiatta e versa un po’ di pesto sul tortino. Guarnisci il piatto con una pioggia di buccia di arancia grattugiata.

pompelmo rosa

Per preparare questa ricetta ci vorrebbe un cantastorie che, con i suoi canti d’amore e d’armi, accarezzasse le tue orecchie e scaldasse il tuo corpo e il tuo cuore. In mancanza di meglio, devi ricorrere alla tecnologia. Su YouTube trovi tanti video sul teatro dei Pupi e le gesta dei Paladini di Francia, li puoi scaricare e convertire in MP3 o ascoltarli direttamente dal tuo portatile. Sarà una splendida colonna sonora per la realizzazione della ricetta.

veste bianca

E poi sappi che questo piatto va gustato a tarda sera, dopo estenuanti giochi d’amore che offrirai al tuo Paladino, di bianco vestita. Prima sazierai il suo corpo e il suo cuore e infine il suo palato con Amore, Passione e Piacere. E se è un vero Cavaliere, senza macchia e senza paura, sarà sempre al tuo servizio, devoto e fedele come soltanto un vero Eroe sa fare. E se non hai un Paladino, ricordati che una vera Amica è sempre la compagnia giusta.

La leggenda degli amanti perfetti

Quando gli Dei dimoravano sull’Olimpo, i sessi erano tre, i maschi, le femmine e gli androgini. Il mito vuole che questi ultimi siano stati separati da Zeus perché erano diventati troppo potenti e arroganti, in quanto perfetti, ma la verità è un’altra. Il motivo per cui la donna e l’uomo che formavano il terzo sesso furono separati fu un androgino che era infedele a se stesso.

Gli uomini e le donne che formavano gli altri androgini si guardavano sempre intensamente, gioiendone, si accarezzavano continuamente e con rinnovata passione, si desideravano fino alla spasmo e si univano in amplessi estenuanti a tutte le ore del giorno e della notte. Ma non era soltanto l’eros a renderli felici, gli androgini avevano un unico grande cuore innamorato che batteva in entrambi i petti.

Invece la donna e l’uomo che formavano l’androgino infedele litigavano continuamente, su tutto. Il grande cuore aveva cessato di emozionarsi, così all’improvviso, e insieme all’amore era finita anche l’attrazione dei sensi. Avevano cominciato a non essere d’accordo su come vestirsi, su dove andare o chi vedere e avevano raggiunto il punto di non ritorno quando non si erano messi d’accordo sulla posizione in cui fare sesso.

Volevano stare tutti e due sopra, o sotto. Se lei voleva dargli piacere con le mani, lui lo voleva con la bocca. Se lui voleva prenderla da dietro, lei voleva che la penetrasse di davanti. Lui le toccava il seno e lei voleva che le toccasse il sedere, lei aveva voglia di giorno e lui di notte. Si erano persi e non riuscivano a ritrovarsi più. Erano diventati indifferenti l’uno all’altra.

Gli altri androgini li guardavano, stupefatti all’inizio, addolorati dopo un po’ e infastiditi alla fine perché quelle litigate continue, con scoppi d’ira e di rabbia violenti, spesso non solo verbali, turbavano la loro felicità, l’equilibrio meraviglioso che c’era nella comunità e la loro passione appagante.

androgino

Li compativano e malgrado tutto li tolleravano finché la parte femminile dell’androgino insoddisfatto non adocchiò la parte maschile di un altro androgino. E cominciò a fargli gli occhi dolci, a lanciargli messaggi osceni con lo sguardo, a tentare di sedurlo. La parte maschile se ne accorse e ci rimase male perché non aveva previsto che potesse succedere. Ma dopo qualche giorno l’amaro stupore si trasformò in eccitazione ed entusiasmo perché si rese conto che lo poteva fare anche lui.

Solo che siccome le due parti non andavano d’accordo su nulla, se a lui piaceva la metà femmina di un androgino, a lei piaceva quella maschile di un altro ed era complicato riuscire a guardare contemporaneamente i due oggetti del desiderio, perché spesso e volentieri non erano vicini.

A quel punto l’androgino intraprendente si rese conto che era necessario stabilire una tregua, trovare un accordo. La parte maschile e quella femminile, che ormai si davano sempre le spalle, si misero di fronte e cominciarono a trattare.Dopo un po’ che chiacchieravano, stranamente senza litigare, arrivarono alla conclusione che avrebbero insidiato un androgino per volta, le cui due parti soddisfacessero entrambi. E non fu affatto difficile perché gli androgini erano tutti bellissimi.

Così le tacite avances si trasformarono in proposte sempre più esplicite e indecenti finché l’androgino sconveniente non cominciò ad allungare le mani e a tentare di intrufolarsi negli amplessi altrui. Scoppiò un putiferio, fu scacciato, insultato, a volte malmenato. Ma lui non si fece né scoraggiare né intimidire e, sempre più testardo e affamato di nuove esprerienze, continuò a tentare di fare sesso con un altro androgino.

Finché non ne trovò uno curioso e inquieto che gli permise di farsi toccare, accarezzare e sedurre. I due androgini si diedero alla pazza gioia e addirittura a un certo punto si scambiarono i partner, le due parti femminili si dedicarono l’una all’altra con grande divertimento e perizia e i due lui scoprirono una nuova sorprendente fonte di piacere.

Il tutto davanti agli altri androgini che guardavano scandalizzati, quasi inorriditi. Qualcuno addirittura piangeva. All’inizio. Perché dopo giorni e giorni di esibizioni ad alto contenuto erotico, durante le quali tutti e quattro i componenti facevano sesso tra di loro passando da uno all’altro, gli altri androgini cominciarono a sentire un certo prurito, uno strano formicolio mai provato prima.

androgino

Si guardarono e si videro, per la prima volta veramente. E si piacquero. Un paio si avvicinarono ai due che si davano da fare per raggiungere il vertice del piacere con equilibrismi erotici tanto improbabili quanto efficaci, e si unirono al loro amplesso generando un ingorgo di bocche, gambe, braccia, e sessi che diedero luogo a posizioni di sesso estremo senza precedenti.

E gli altri fecero lo stesso, si scelsero e cominciarono ad annusarsi, ad accarezzarsi, a leccarsi dappertutto, dando e ricevendo piacere sublime. Si formò anche un gruppo di cinque androgini in cui a un certo punto non si capiva più se la testa appartesse a uno o a un altro, in un intreccio di membra e membri stupefacente. L’aria era madida di odori osceni, pelle sudata e succhi del piacere, di lamenti, gemiti e urla sfrenate.

L’orgia andò avanti per giorni, incessantemente, con continui scambi di coppie ed elaborazioni di nuove posizioni che si pensa siano state di ispirazione per la compilazione del Kamasutra. Ma a un certo punto, stremati dalla stanchezza e indeboliti dalla fame e dalla sete, gli androgini si accasciarono al suolo praticamente svenuti e giacquero uno sopra l’altro, ansimando come tori esausti. Tutti.

Quando si furono ripresi, ebbero dormito, mangiato e bevuto, la fregola li riassalì prepotentemente e si riavvicinarono di nuovo, pronti a saltarsi addosso. Ma Zeus aveva visto tutto dall’alto. All’inizio aveva provato indignazione, poi curiosità, poi stupore e infine aveva convocato Giunone, divertendosi anche lui come un pazzo. Solo che gli androgini erano insaziabili e irriducibili e non la finivano di urlare e di lamentarsi, turbando il suo sonno.

androgini

Per questo decise di dividerli e di sparpagliarli ai quattro angoli del mondo, cancellando in loro la memoria dell’altra parte di sé. Lo fece con un unico fulmine e un grande e potente alito di vento. Da allora uomini a donne continuano ad annusarsi, accarezzarsi, leccarsi e darsi piacere sublime. Ma non hanno più un unico grande cuore innamorato che batte in entrambi i petti.

Ricetta: Ostriche in pastella piccante con salsa di yogurt alla menta

Ingredienti per 2 persone:

ostriche

10 ostriche freschissime

Olio di semi di arachide

Per la pastella:

peperoncino

150 gr di farina di riso

la punta di un cucchiaino di lievito in polvere

1 birra lager da 33 chiacciata

1 peperoncino piccante

sale q.b.

Per la salsa:

yogurt

125 gr di yogurt intero

10 foglie di menta

1 cucchiaino raso di semi di cumino

1 piccolo spicchio d’aglio

1 cucchiaio di olio e.v.o.

sale q.b.
Metti la farina setacciata in una ciotola, aggiungi il lievito, il sale e versa la birra lentamente, mescolando con una frusta e facendo attenzione non fare formare grumi. Dovrebbe bastarne mezza bottiglietta, ma per la consistenza giusta devi regolarti a occhio, non deve essere né troppo liquida né troppo densa, Come si suol dire, deve “scrivere”. Priva il peperoncino dei semi (a meno che tu non voglia una pastella piccantissima) e sminuzzalo al coltello. Aggiungilo al composto e riponilo in frigo per un’ora circa.

Pesta la menta, i semi di cumino, lo spicchio d’aglio e il cucchiaio di olio e.v.o. in un mortaio, quando hai ottenuto un pesto omogeneo, aggiungi lo yogurt e il sale. Rimescola e metti in frigo.

Passato il tempo necessario per la pastella, metti sul fuoco un tegame, possibilmente di ferro, con abbondante olio di semi di arachide. Non appena avrà raggiunto la giusta temperatura, 170 gradi circa, friggi le ostriche dopo averle immerse nella pastella. Non toccarle per qualche secondo, per dare il tempo alla pastella di aderire bene alla polpa. Non appena la pastella è dorata tirale fuori e adagiale si un foglio di carta assorbente.

Servile con una cucchiaiata di salsa allo yogurt e menta con cui potrai anche “sporcare” il piatto.

Dovrai essere ambigua, misteriosa e sorprendente mentre prepari questa ricetta. Uomo e donna insieme. Puoi scegliere se essere maschio sopra e femmina sotto, o viceversa. Nel primo caso, sceglierai un paio di pantaloni di taglio maschile, una camicia classica, scarpe basse, capelli tirati indietro col gel e appena un filo di trucco, e indosserai una lingerie particolarmente seducente sotto.

modella

Nel secondo caso, opterai per un abito sexy, i tacchi, un trucco importante e un’acconciatura adeguata, e metterai una canottiera e un paio di boxer da uomo come biancheria intima. Dipende dalla tua natura. Dovrai servire e gustare le tue deliziose ostriche con la stessa mise. Meglio ancora con quella esattamente opposta.

La Fatina del Circo

L’Incredibile Circo delle Meraviglie era un’attrazione irresistibile per chiunque vedesse la parata sfilare per le vie della città in cui arrivava. Le sue attrazioni le conoscevano tutti, molti solo per sentito dire, e chiunque avesse avuto modo di ammirarle di persona non le aveva mai più dimenticate. Gli spettatori restavano ammaliati, stregati dai suoi animali fantastici e dagli strani artisti che si erano esibiti sotto i loro occhi increduli. E ne sentivano la mancanza così tanto che dopo un po’ di tempo tutti quanti si convincevano che i loro ricordi non erano reali bensì un sogno. Perché non riuscivano a sopportare il pensiero che non lo avrebbero rivisto mai più. Infatti l’Incredibile Circo delle Meraviglie non tornava mai nello stesso posto, andava sempre avanti e chi aveva avuto la fortuna di assistere a uno dei suoi spettacoli sapeva che non avrebbe avuto un’altra occasione. Qualcuno ci aveva anche provato, ma inutilmente. Piccoli impedimenti e imprevisti spesso inspiegabili impedivano di raggiungere il Circo a chiunque ci fosse già stato. E chi si era incaponito in quell’impresa impossibile era sparito. Nel nulla.

Gli unicorni erano inquieti quella notte e dondolavano la testa elegante incessantemente, ogni tanto sbuffavano e accennavano un nitrito sottile. La Fenice, appollaiata nella parte più alta della sua voliera d’argento, scrutava l’oscurità con i suoi occhi felini, in attesa del sonno che non arrivava. Gli ippogrifi e le sfingi avevano rifiutato il cibo e i satiri avevano litigato con i centauri così violentemente che c’era quasi scappato il morto. I grande aquario che ospitava le sirene e i tritoni era agitato dalle onde provocate dall’incessante nuotare delle creature marine che non trovavano pace. La serenità e l’armonia erano state infrante e nessuna delle coppie aveva voglia di abbandonarsi al piacere quella notte. L’uomo serpente, chiamato così perché il suo membro aveva la lunghezza e l’aspetto di un pitone vivo, teneva il suo nobile amico arrotolato alla gamba, mogio e triste. L’ermafrodito, sempre alla ricerca di creature da -e da cui farsi- soddisfare, di solito contemporaneamente, giaceva sul suo letto con la faccia rigata dalle lacrime. Anche la donna dai quattro seni piangeva, abbracciata all’uomo tartaruga che l’aveva ospitata nel suo enorme carapace perché non ce la faceva a restare da solo.

La tragedia si era consumata in un attimo, forse meno, e la sventura si era abbattuta sull’Incredibile Circo delle Meraviglie. Imprevista e incredibile. Inaccettabile. Fatina era sparita. La dolce creatura dalle ali di cristallo soffiato, con il viso, le manine e i piedini di porcellana, dai capelli di fili di seta e con tutto il resto del corpo di carne, la dispensatrice della magica polvere del piacere, non era più nella sua teca preziosa. E non se ne era accorto nessuno. Chiunque l’avesse rapita aveva infranto una delle pareti di vetro della sua casetta e l’aveva portata via. Ma chi? Chi aveva osato privare il Circo della magica creatura da cui dipendevano fama e fortuna? La domanda rimaneva sospesa nell’aria pesante e gonfia di lacrime, aleggiava su ciascuno degli artisti, alimentando sospetti e malignità.

tendone circo

L’Incredibile Circo delle Meraviglie non era inimitabile soltanto perché ci lavoravano essere magici, mitologici, straordinari e sovr’umani. Ma anche per il tipo di spettacoli che venivano rappresentati e le sensazioni che scatenavano nel pubblico. I numeri avevano un comune denominatore: il piacere. Gli artisti, umani, quasi umani o animali, davano luogo a spettacoli di alto erotismo acrobatico, giocoleria lasciva, equilibrismo lussurioso ed estenuanti maratone sessuali con posizioni improponibili e spesso pericolose. E il pubblico, incantato ed eccitato, cominciava a essere sedotto da quelle immagini eleganti e irresistibili.

Un languore invadeva i lombi e i genitali, anche quelli ormai addormentati da anni, che reagivano come dotati di vita propria e reclamavano il Piacere. E così sia gli spalti che la pista diventavano un’enorme alcova in cui tutti davano spazio e voce ai desideri e alle voglie più segrete. Inconfessabili. L’artefice del miracolo che si ripeteva sera dopo sera era lei, Fatina, che prima di ogni spettacolo volava leggiadramente su tutto il circo, baciando uno ad uno i suoi artisti, umani, quasi umani o animali, ed elargendo così il magico elisir della passione, della lussuria e del piacere. Era un bacio casto il suo, sfiorava quasi impercettibilmente le labbra dei suoi amici che si schiudevano per ricevere il suo soffio magico e inebriante.

E adesso era sparita. Il direttore del Circo aveva urlato, minacciato e si era strappato i capelli. Tutti l’avevano cercata, mettendo sotto sopra l’enorme tendone, le roulotte e le gabbie. Avevano frugato tra i costumi di scena e gli attrezzi, sotto i sedili di legno e in cima al pilone più alto dell’immensa struttura d’acciaio. E alla fine si erano arresi, e abbandonati alla tristezza e alla disperazione. I padrone del Circo, avvisato telefonicamente, era rimasto zitto per qualche interminabile secondo e quando aveva parlato la sua voce era rotta dalle lacrime:”E’ finita” aveva detto inghiottendo la disperazione.

circo

Tutto quel pianto e quel dolore turbavano profondamente Fatina, la tormentavano e la facevano sentire in colpa ma l’amore per i suoi amici e il dispiacere che provava vedendoli così disperati erano niente rispetto alla passione che aveva sconvolto la sua esistenza tranquilla e appagata. Il sentimento potente che l’aveva spinta a fuggire era nato a poco a poco, senza che se ne rendesse conto, ed era diventato ogni giorno più forte. All’inizio si era sentita strana, inquieta e incredula, non pensava che potesse succedere a lei, si era sempre ritenuta immune, intoccabile dal fuoco del desiderio. Ma col passare dei giorni, dei mesi, aveva capito che anche lei poteva vivere quel miracolo. E quando non ce l’aveva fatta più a resistere al desiderio che faceva vibrare il suo piccolo corpo fragile e prezioso era fuggita perché voleva provare quello che le era sempre stato negato: il piacere.

Era cominciato tutto quando il maestro di canto degli usignoli lirici era andato in pensione. Al suo posto era arrivato il nipote al qualo lo zio aveva insegnato la grande arte, antica e misteriosa, di insegnare agli uccellini a cantare le arie più belle delle opere liriche più famose, dalla Boheme a Madame Butterfly, dalla Tosca ai Pagliacci. Lui era giovane e bello e quando lavorava con gli usignoli li faceva appollaiare sulle dita della sua mano e mentre li faceva esercitare in gorgheggi e acuti li accarezzava. Lentamente, dolcemente, con un tocco che Fatina trovava irresistibile.

Ogni volta che doveva baciarlo e soffiargli sulle labbra schiuse l’elisir del piacere, lo guardava negli occhi e lui le sorrideva e le diceva: “Sei piccola come i miei ucccellini, ma molto più bella. Quando vorrai insegnerò a cantare anche a te”. E bacio dopo bacio, soffio dopo soffio, Fatina si era innamorata. La notte sognava il tocco di quelle dita sulla parte umana del suo corpo, si agitava sentendo le carezze sulla pelle liscia e candida, si svegliava sudata, con le ali di cristallo soffiato che sbattevano veloci, tintinnando pericolosamente, per l’agitazione.
Aveva deciso di fuggire dopo l’ultimo spettacolo della prima notte senza luna ed era stato facile, era bastato dare un paio di calci alla parete di vetro della sua teca, l’aveva infranta ed era volata via. Si era fatta male e per poco non si erano rotti anche i piedini di porcellana. Ma Fatina era pronta a tutto e avrebbe sopportato anche quello.

creature

Si era nascosta nella roulotte del giovane maestro di musica e aveva aspettato dentro una tazza. Lo spettacolo era terminato con la solita esplosione di lussuria selvaggia, seguita dagli applausi che sembravano non finire mai, e finalmente si erano accorti della sua scomparsa. Aveva pazientemente atteso che anche quel trambusto finisse e quando finalmente il silenzio era calato sul Circo, quando l’ultima luce era stata spenta, era uscita dalla tazza. Lui giaceva sul letto, col il viso rigato dal pianto, gli occhi blu chiusi, annegati nelle lacrime. Ogni tanto il suo corpo snello e scolpito sussultava per un singhiozzo e dalle dolci labbra veniva fuori un lamento appena accennato. Seppe che Fatina era lì prima che sentisse tintinnare le sue ali, fu il suo corpo che ne percepì la magica presenza. I muscoli si tesero, il respiro gli diventò corto e il cuore prese a battergli velocemente.

“Sei tu?” le chiese senza muoversi.
“Sì” rispose lei con la sua voce di velluto.
“Stai bene?”
“Sì”.
Lui sospirò di sollervo.
“Dobbiamo avvisare tutti!” esclamò rendendosi finalmente conto che lei era lì, sana e salva e che il Circo non era più in pericolo. Fece per alzarsi ma lei disse:
“No!” Il tono non ammetteva repliche. Non era una richiesta era un ordine, calmo e deciso.
“Perché?”
“Perché prima voglio una cosa…”

“Cosa?” chiese lui intimidito ma eccitato.
“Insegnami a cantare come fai con loro”. Lui intuì che aveva fatto un cenno con la testa agli usignoli che dormivano nelle voliere coperte da drappi neri.
“Va… va bene… adesso?”
“Sì” disse lei inspirando profondamente e poi espirando tutta l’aria dal suo piccolo petto. La voce di velluto era roca adesso e i suoi capezzoli minuti e appuntiti spingevano contro il tulle del suo corpetto.
Lui fu turbato da quella voce che non sembrava provenire da una creatuta così piccola, fragile e strana. E per un momento desiderò che Fatina fosse una donna vera, a grandezza naturale, fatta di carne. Dappertutto.

“Vieni” le disse in un sussurro, tendendole la mano. E lei volo da lui e atterrò su una delle sue dita. Leggiadra ed emozionata. Si lisciò la gonna di petali di rosa e lo guardò.
Gli occhi blu brillavano nel buio e le ali di Fatina mandavano bagliori trasparenti.
“Devo sedermi?” chiese lei come una scolaretta impaziente.
“No. Resta in piedi” rispose lui ammirandola e rendendosi conto di quanto fosse adorabile. E di nuovo il rammarico lo assalì. “Che canzone vuoi imp…”. Le disse sfiorandole la guancia di porcellana.
“Non importa. Quella che vuoi… ma fallo come lo fai con loro”.
Lui la guardò confuso ma quando vide che Fatina fissava il suo indice che le sfiorava il viso, capì. E si sentì invadere dalla tenerezza e dal dolore. Poi però sorrise e le rivolse uno sguardo blu pieno di amore e di promesse.

“Sì… anzi no. Con te farò di meglio” e con immensa delicatezza cominciò a toglierle il corsetto di tulle. Le sfilò la gonna di petali di rosa, il reggiseno e le mutandine di filigrana. Era perfetta, una creaturina quasi umana, di una bellezza abbagliante.
Lei trattenne il respiro per tutto il tempo, col cuore che le batteva all’impazzata. E proprio poco prima che sentisse il calore del grande dito che si avvicinava al suo corpo di carne calda e pulsante, disse:
“Aspetta” volò verso la sua bocca, gliela sfiorò e gli soffiò dentro l’elisir del piacere.
“Non so cosa succederà” gli sussurrò con la voce di velluto liquido “ma sarà di sicuro bello”.
E ritornò sul suo dito, ma stavolta si mise seduta, e spalancò le gambe.
Ridendo.

fatina

Fatina adesso vive nella roulotte del maestro di musica, non è più prigioniera e svolazza felice dove vuole, con una grande falco dagli occhi di rubino che le fa da guadia del corpo. Sa che il suo Amore prima o poi troverà una donna vera ma sa anche che le loro lezioni di canto andranno avanti. Finché lei ne avrà voglia.
Lui gliel’ha promesso solennemente, croce sul cuore, e lei sa che manterrà il suo giuramento.

Ricetta: Cocktail al succo di anguria e ghiaccio al gelsomino

Ingredienti (le dosi sono per una coppetta classica):

2 parti di prosecco molto secco

1 parte di vodka

1 parte di succo di anguria

una manciata abbondante di gelsomini freschi

2 foglioline di menta fresca

acqua

cocktail

Metti i gelsomini in una ciotola di media grandezza e lasciali a bagno per tutta la notte. L’indomani togli i fiori e con la loro acqua riempi una vaschetta per il ghiaccio, ponila in freezer e aspetta che si siano formati i cubetti. Prendi una bella fetta di anguria, togli i semi, passala al passapomodoro e raccogli il succo. In una coppetta classica da cocktail che hai lasciato almeno un’ora in freezer metti la vodka, il succo di anguria e termina col prosecco. Mescola, aggiungi due cubetti di ghiaccio al gelsomino e le due foglioline di menta.

Per preparare questo cocktail, molto fresco ma anche molto alcolico, che a ogni sorso desta i sensi fino ad accenderli del tutto, indossa mutandine e reggiseno di pizzo color oro sotto i vestiti. Quando lo servirai, a chi vorrai tu, avrai addosso soltanto il tuo completo dorato.

golden bra

Sarà come aggiungere un pizzico di peperoncino al tuo cocktail.

L’Uomo Nero

Vagava in un bosco, era notte e faceva freddo. Gli alberi si piegavano per il vento e i loro rami scheletrici sembravano braccia scarne e nodose che volevano ghermirla. Era spaventata e sola. Improvvisamente si mise a piovere e in un attimo fu zuppa. Il vestito di organza, stappato e leggerissimo, incollato al bel corpo tremante. Erano ore che camminava, era tanto stanca e aveva paura. Abbassò la testa e continuò ad andare avanti, controvento, nell’oscurità spaventevole. Le gocce di pioggia si mescolavano alle sue lacrime, il cuore le batteva forte ed era certa che le sarebbe accaduto qualcosa di tremendo. Fiutava il pericolo come un animale braccato, sentiva fisicamente la vicinanza della trappola in cui stava per cadere.

bosco

Un lampo squarciò il cielo nero e lei vide qualcosa che si stagliava in fondo al bosco: una grande casa. Cominciò a camminare velocemente cadde inciampando nelle radici degli alberi, si ferì le mani e la gambe ma si rialzò e si mise a correre verso la costruzione. Sempre che non fosse stato un miraggio. Lo scherzo dei folletti dispettosi e spesso crudeli del bosco. E invece c’era davvero, doveva essere stata una dimora di campagna ma adesso era abbandonata e cadente. Le finestre erano spalancate e la fissavano come occhi ciechi dalle orbite vuote e nere. La porta era aperta e lei la oltrepassò, certa che il pericolo la stesse aspettando proprio lì. Ma sentiva troppo freddo per rimanere fuori ed era esausta.

Attraversò un lunghissimo corridoio su cui si aprivano tante porte, sia da una parte che dall’altra. I muri erano scrostati e il pavimento ingombro di calcinacci, rami spezzati e foglie marce. Si strinse le braccia attorno al corpo fradicio e tremante e continuò ad avanzare a tentoni finché non arrivò in fondo, davanti a una porta chiusa. Un barlume di luce proveniva dalle fessure, forse un fuoco, abbassò la maniglia ed entrò. C’erano decine di candele accese nella grande stanza completamente ammobiliata, pulita e accogliente. Il camino era acceso, lei gli si avvicinò e crollò sulle pietre tiepide del pavimento, davanti alle fiamme che danzavano solo per lei. Per un attimo si sentì bene, cominciava a scaldarsi e tremava di meno, la paura stava lasciando posto alla speranza. Ma durò poco.

Sentì una presenza dietro di sé ma non ebbe il tempo di voltarsi che un cappuccio di morbido velluto le calò sulla testa, rendendola totalmente cieca. E inerme. Non riuscì neanche a urlare, la voce era stata inghiottita dal terrore. Due mani, grandi e calde, le afferrarono le braccia e la tirarono su, conducendola lontana dal tepore del fuoco. La presa era forte e decisa. Una mano la tenne ferma, mentre l’altra armeggiava con qualcosa che tintinnava in modo sinistro: catene. Due larghi bracciali di metallo gelido le intrappolarono i polsi e altri due le si chiusero attorno alla caviglie. Un attimo dopo risentì il tintinnio e si trovò con le braccia e le gambe completamente spalancate, come se fosse sopra una croce di Sant’Andrea.

candele

Il tessuto leggero della veste fradicia, e completamente trasparente, mostrava molto di più di quanto non coprisse. Lei tremava, ma non più per il freddo. Terrore ed eccitazione le scorrevano nelle vene, mescolandosi in un cocktail adrenalinico che le faceva contrarre i muscoli fino allo spasmo. Respirava a fatica sotto il cappuccio e aspettava, temendo e desiderando che succedesse qualcosa. Ma era tutto silenzioso e immobile e l’attesa divenne insopportabile, un’agonia.

Il tocco di una mano sul petto la fece scattare come una molla e quando si sentì afferrare e strappare la veste di dosso finalmente urlò. E dopo di nuovo silenzio e immobilità. Il dolore arrivò inaspettato e bruciante, una frustata su una coscia. E poi sull’altra, e ancora una sulla schiena. I colpi erano secchi e decisi, ma non forti, il dolore passava immediatamente e rimaneva solo l’attesa del prossimo colpo. Il desiderio di provare di nuovo quella sensazione.

Si stava bagnando e il suo sesso glabro e liscio pulsava febbricitante. Lo sentiva che il suo aguzzino era lì, non lo vedeva e non lo udiva, ma percepiva la sua presenza attorno a lei. Ne respirava il potere. Qualcosa le morse i capezzoli, metallo freddo, e lei emise un lamento e un sospiro. La pressione di quelli che immaginò fossero morsetti o pinze o chissà cosa era costante e apparentemente innocua. Ma dopo un po’ arrivò il bruciore e dopo il dolore e infine il piacere quasi insopportabile di una lingua calda che le leccava i capezzoli in fiamme.

Una corda morbida le imprigionò un seno in un cappio, era stretta e faceva un po’ di male ma meno dei morsetti o di più? Non lo capiva e poi toccò all’altro seno a essere imprigionato. Si sentiva le mammelle gonfie, aveva la sensazione che le potessero esplodere da un momento all’altro. E quando qualcosa di molto leggero, quasi impalpabile, forse una piuma, cominciò ad accarezzargliele, lei emise un suono roco e spinse il bacino in avanti, cercando di aprire le gambe ancora di più. La lingua assaggiò di nuovo i capezzoli strizzati e in fiamme e lei pensò che sarebbe svenuta per il piacere.

Fu abbandonata all’attesa un’altra volta, a lungo, e il dolore cominciò a prendere il sopravvento. Il seno le bruciava e le strisce di pelle su cui si era abbattuta la frusta le pulsavano. Non sentiva quasi più le braccia e le gambe, ma se provava a muoversi aveva la sensazione di essere trafitta da mille aghi sottili e incandescenti. La mano sulla schiena la fece piegare a novanta gradi e le gocce di cera bollente sul collo, sulle spalle e giù, giù fino al bacino, la fecero urlare.

Faceva fatica a respirare e stare in quella posizione, col sesso nudo e glabro esposto alla vista del suo aguzzino la angosciava. Quando lui la penetrò inaspettatamente, lei si irrigidì, contraendo i muscoli di tutto il corpo. Ma le fitte roventi le annebbiarono la mente e si rilassò emettendo un suono da animale ferito. Lui si muoveva piano dietro e dentro di lei, continuando a farle colare la cera bollente sulla carne bianca e morbida. La sculacciava, la mordeva e lei a un certo punto non capì più nulla.

catene

Le sembrava di essere in una bolla e di fluttuare, di avere ovatta liquida al posto del cervello, le percezioni erano distorte, il piacere e il dolore erano un tutt’uno che le faceva perdere il senso dell’orientamento e le dava le vertigini. Quando la mano del suo carnefice si insinuò tra le sue cosce spalancate e le ghermì il fiore di carne che stillava rugiada, capì che era arrivata, che stava per esplodere. Lui le afferrò il clitoride con due dita, glielo strinse e poi cominciò ad andare su e giù, come se avesse il sesso di un uomo tra le mani. E intanto la penetrava sempre più forte e più velocemente, stringendole il collo, proprio sotto la nuca.

Urlò forte. L’orgasmo fu così intenso che fu scossa da contrazioni e spasmi incontrollabili. Era come se stesse prendendo la scossa. Anche lui venne forte, ma senza nessun suono, con una mano tra le sue gambe e l’altra aggrappata al suo collo. Dopo un attimo lo sentì allontanarsi, uscì da lei e la lasciò vuota. Rimase piegata in due, con la bocca spalancata dentro il cappuccio che la faceva respirare e stento, gli occhi serrati e tutto il corpo dolorante.

Due mani gentili la presero per le spalle e la rimisero dritta, fu liberata dalle catene e finalmente le fu tolto il cappuccio. Il gigante avvolto in un mantello di pelle nera davanti a lei le sorrise timidamente e lei ricambiò soddisfatta.
“E’ andato tutto bene, mia Regina?” chiese lo schiavo abbassando rispettosamente il capo.
“Sei stato perfetto, mio caro, come al solito… ora però andiamo a casa, sono un po’ provata” gli disse con un’espressione diabolica. L’Uomo Nero aprì il mantello e l’accolse e lei gli passò le mani attorno al collo. Lui richiuse la cappa attorno alla sua Regina, schioccò la lingua e sparirono in una nuvola di polvere azzurra.

seppie crude
Ricetta: Linguine al nero di seppia con dadolata di tonno crudo

Ingredienti per 2 persone:

1 seppia con la sacca del nero

150 gr di estratto di pomodoro

1 spicchio d’aglio

1/2 bicchiere di vino bianco

200 gr di linguine

1 peperoncino

1 fetta di tonno fresco di 200 gr circa

prezzemolo q.b.

Olio e.v.o

Sale q.b.

Pulisci le seppie, facendo attenzione a non rompere la sacca contenente il nero, e tagliale a striscioline molto sottili. Dopo aver tolto l’anima all’aglio, taglialo molto finemente e mettilo a rosolare in una casseruola con un po’ d’olio e.v.o.Prima che si imbiondisca aggiungi le seppie, mescola bene e unisci il concentrato di pomodoro che hai sciolto in mezzo bicchiere d’acqua tiepida, il nero e 3/4 del peperoncino tritato (se la vuoi meno piccante togli i semi). Amalgama ben bene e aggiungi il vino, fai sfumare, abbassa la fiamma, copri e fai cuocere per mezz’ora.

tonno crudo

Taglia il tonno, che hai congelato immediatamente dopo averlo acquistato e poi scongelato in frigo, a strisce della larghezza di un mignolo e poi a dadini di media grandezza. Mettili in una terrina, aggiungi il prezzemolo tritato, un filo di olio a crudo, un pizzico di sale e il restante peperoncino tritato. Fai riposare a temperatura ambiente.
Cuoci le linguine in acqua salata, scolale molto al dente, e uniscile al condimento, facendole mantecare a fuoco medio fino a cottura ultimata.
Impiatta e aggiungi la dadolata di tonno sulle linguine.

cavigliera

Un corsetto a balconcino che ti stringe la vita e ti strizza il seno, questo è l’ingrediente magico per la perfetta esecuzione di questa ricetta. E anche due catenelle ai polsi e due cavigliere che tintinnano. Mentre ti muovi nella tua cucina, prendi i tegami e gli utensili che ti servono, tocchi il cibo ed esegui le varie fasi della preparazione, devi avere l’impressione che due mano forti e gentili ti stringano la vita e che un paio di occhi profondi ti accarezzino il seno. Sentirai il tintinnio dei braccialetti e delle cavigliere mentre muovi i polsi, quando ti sposti, e sorriderai tra te e te. Perché sai benissimo che quel corsetto e quelle catenelle hanno un significato importante. Sono un simbolo. E anche Lui lo sa.

Il tappeto dei desideri proibiti

Tra le montagne più alte e lontane del mondo, quando la Terra era ancora giovane, c’era una città che tutti conoscevano ma che nessuno aveva mai visto, la Città Nascosta. I Nascosti erano abilissimi tessitori di tappeti volanti e i loro manufatti erano i più richiesti e ambiti da tutti i regnanti e nobili del globo. Il commercio era fiorente e la città prosperava.

Ma un giorno accadde qualcosa di molto grave: un tappeto si rifiutò di volare. Non si sapeva chi lo avesse tessuto ma soprattutto come mai non avesse nessuna intenzione di sollevarsi da terra.

L’infausta notizia venne comunicata al re che diede ordine di distruggerlo immediatamente, terrorizzato che la sua incapacità di volare fosse contagiosa e si diffondesse tra gli altri tappeti.

 Al Consiglio reale era presente anche sua figlia, futura erede al trono di Nascosta, che non smise per un attimo di fissare il meraviglioso manufatto. Anche se non era volante, quel tappeto era di una bellezza straordinaria, il più raffinato e prezioso che fosse mai stato realizzato, e lei lo voleva. La attirava come un amante, il solo guardarlo le infiammava i sensi, la turbava profondamente.

Lo voglio io” disse la principessa a bassa voce. Il tappeto sorrise tra sé e sé, ma non se ne accorse nessuno.

Ma che stai dicendo?” le chiese il re irritato “potrebbe essere stato tessuto con fili stregati, a cui è stato fatto un incantesimo, e la maledizione potrebbe diffondersi tra gli altri tappeti, conducendoci alla rovina”. La ragazza gli sorrise e gli accarezzò la guancia barbuta.

 “Non credo che sia maledetto, chissà da quanto tempo è stato creato e non è successo nulla… se fosse come dici tu ce ne saremmo già accorti. Secondo me è solo pigro o forse ha qualche altra qualità che non è quella del volo. E io la voglio scoprire”.

Si alzò dal piccolo trono e scese gli scalini che la separavano dall’oggetto dei suoi desideri. Arrotolò il tappeto, se lo mise sulla spalla nuda e se ne andò nelle sue stanze. Congedò le dame di compagnia e chiuse tutte le porte a chiave, distese il tappeto per terra e lo guardò di nuovo.

 Era bellissimo, aveva tutti i colori della coda del pavone, le frange erano d’argento e piccole pietre preziose adornavano i fiori e gli uccelli che vi erano stati rappresentati con inimitabile maestria. L’eccitazione profonda l’assalì ancora una volta e gli si sdraiò sopra, supina, delicatamente, come se si stesse adagiando sul corpo di qualcuno. Il tappeto tremò leggermente e lei se ne accorse.

Si mise a sedere di scatto e gli disse:

Ma allora ti puoi muovere!”

Il tappeto sospirò e le rispose con la sua voce di seta, come i fili con cui era stato tessuto.

Sì, ma non posso volare. Io faccio altro…”.

Lo sapevo!” esclamò lei con le guance di pesca arrossate, il seno che le si alzava e abbassava per l’emozione e un languore di miele tra le gambe.

 “Cosa sai fare?” gli chiese avvicinando la bocca a uno degli uccelli del paradiso dalle ali tempestate di rubini che la guardava muto e serio.

coda di pavone

Esaudisco i desideri”.

Lei sussultò e il cuore prese a batterle ancora più velocemente.

Tutti?”

No. Solo quelli proibiti”.

Lei trillò di felicità e l’abbracciò, sollevandolo da terra e stringendolo tra le braccia e ancora una volta sentì che una vampata di fuoco l’assaliva facendole diventare i capezzoli duri.

Stanotte” sussurrò alle frange d’argento “stanotte mi farai divertire”. E il tappeto sorrise, sapendo che era vero.

 La principessa ci pensò a lungo prima di esprimere il primo desiderio impossibile. Lei poteva avere tutto quello che voleva, quasi tutto E decise che la cosa che anelava di più era quel “quasi”.

Voglio provare il piacere, in tutte le sue forme e manifestazioni” gli disse mentre il palazzo reale dormiva profondamente.

Bene. Tutte insieme o una alla volta?” chiese lui.

Una alla volta”.

Scegli e cominciamo”.

Voglio un amante meraviglioso, bello, forte e gentile, che sappia esattamente dove toccarmi e come toccarmi per farmi godere più e più volte”.

 E mentre finiva di pronunciare queste parole, un uomo dalla bellezza inenarrabile, col corpo forte e lo sguardo gentile si materializzò davanti a lei. Era nudo. Le si avvicinò, la prese in braccio senza dire una parola e la portò sul letto. Il suo sguardo la infiammava e lei rabbrividì pensando al tocco delle sue mani.

Lui la spogliò lentamente senza mai smettere di guardarla negli occhi e cominciò ad accarezzarla, prima con le mani, poi con la lingua, percorrendo ogni centimetro della sua pelle e soffermandosi nelle parti più sensibili, guidato da un istinto magico.

 Lei sospirava e gemeva e quando la sua bocca incontrò il suo fiore di carne che stillava rugiada pensò che se fosse morta in quel momento, sarebbe morta felice. Lui succhiò il suo bocciolo fino a farla impazzire, ma smise non appena capì che lei stava per godere.

Si staccò le si mise addosso, dedicandosi ai suoi capezzoli rosei e carnosi. Li stuzzicò, li titillò e li torturò con le labbra e i denti. E finalmente la prese, fino in fondo, con forza e pazienza. Lei, ormai al limite del baratro, impiegò il tempo di un sospiro per godere e lo fece in silenzio, mordendosi le mani e contraendo tutti muscoli del corpo. Per non svegliare nessuno.

 E fu così ogni notte: lei chiedeva nuovi giocattoli di carne che la facessero impazzire e il tappeto la esaudiva. Gli domandò una bionda Valchiria dal grande seno e dal sesso glabro, una morbida Nubiana con le aureole e i capezzoli bruni, le dita lunghe e la lingua di velluto. Un lottatore delle fredde Terre del Nord col sesso enorme e sempre duro, tre guerrieri del Sole Calante che le fecero provare il piacere supremo. E ancora corpi da toccare, leccare, scoprire e mani che la frugavano e la portavano all’apice della passione.

E adesso tutto insieme” gli disse una notte, con le occhiaie profonde e gli occhi che le luccicavano come diamanti. E il tappeto la trasportò in una grande sala semi buia piena di uomini, donne, creature con entrambi i sessi, femmine col membro e maschi con le mammelle. Un luogo dove il sesso non aveva sesso e l’unica cosa che contava era il piacere.

 Provò tutto: si fece penetrare da due uomini insieme, assaggiò frutti di carne di tutti i generi e le razze, si abbandonò a qualunque voglia e assecondò qualsiasi desiderio che le venne richiesto. Si comportò da femmina e da maschio, usò e sperimentò giocattoli sessuali di tutte le forme e le misure. Realizzò le fantasie più estreme e le brame più proibite, godendo di orgasmi infiniti. Quando tornò nelle sue stanze era sfinita ma non ancora appagata.

Ingres Odalisca

Non mi basta” disse al tappeto.

Cos’altro posso darti?” chiese lui.

Lei lo guardò e provò lo stesso languore di sempre, quel manufatto le dava alla testa, le scatenava istinti selvaggi e le faceva fremere il cuore.

 “Voglio te” gli disse con lo sguardo liquido e il respiro corto.

Ma io sono un tappeto”.

Lo so. Ma sai realizzare tutti i desideri proibiti”.

Questo non è proibito, è impossibile”.

Non è vero. Prendi forma umana, puoi?”

S… sì”.

Fallo allora”.

E il tappeto diventò un uomo, con il corpo decorato da uccelli, fiori, alberi e piccole pietre preziose. Ogni centimetro della sua pelle era tatuata dagli stessi disegni e dagli stessi colori del tappeto.

Non hai realizzato un desiderio proibito” disse lei avvicinandosi a quella creatura fantastica che le stava di fronte e la guardava con gli occhi color zaffiro “hai dato vita a un sogno”.

Ricetta: pesche caramellate con granella di nocciole e menta

Ingredienti per 2 persone:

 
2 pesche gialle

50 gr di zucchero

1 confezione di granella di nocciola

5/6 foglie di menta fresca

2 cucchiai d’acqua

1/2 limone

1 spruzzata di vino bianco

Sbuccia le pesche, tagliale a fette e immergile in una scodella con acqua, ghiaccio e il succo del mezzo limone.

pesche

 Spezzetta le foglie di menta e uniscile alla granella di nocciole. Metti i due cucchiai d’acqua e lo zucchero in una casseruola e fai sciogliere lo zucchero a fiamma dolcissima.

 Lascia sobollire per 2/3 minuti finché non si forma un caramello appena dorato. Aggiungi la spruzzatina di vino bianco, lascia andare per un’altra manciata di secondi e spegni il fuoco.

 Asciuga le pesche e immergile nello sciroppo dorato, sistemale su un patto da portata e spargi sopra la granella di nocciole mista alle foglioline di menta spezzettate.

 Lascia raffreddare e porta in tavola.

Per eseguire questa ricetta è necessario un tatuaggio, se ce l’hai sei a posto. E se non ce l’hai potrai  divertirti a cercare uno di quelli usa e getta. Puoi anche applicare sulla pelle i brillantini adesivi e creare la forma che più ti piace. Ma è assolutamente necessario che tu abbia qualcosa di “tatuato” sul tuo corpo. Trasporta il tappetino che hai in cucina davanti ai fornelli, togliti le scarpe e resta a piedi nudi. E se non hai nessun tappeto, prendine uno da un’altra stanza e trasferiscilo. Mentre guardi il caramello che si forma e che piano piano prende colore, pensa intensamente al tuo desiderio più proibito ed esprimilo nel momento esatto in cui spruzzi il vino nello sciroppo ambrato. Mentre disponi le fette di pesca caramellata sul piatto da portata pensa a come ti sentiresti se il tuo desiderio fosse stato esaudito e mentre le arricchisci con la granella di nocciola sorridi. Perché si è già avverato. Credici.

La barca di foglia di banano

Il fuoco sacro arde nel cuore della foresta, è Lei che lo tiene acceso. Lo alimenta, lo nutre e se ne prende cura. Fa in modo che non si spenga mai. E danza attorno alle fiamme alte, a volte rosse e gialle, altre blu e nere, a seconda delle polveri magiche che ci butta dentro per rinnovare il suo vigore. Balla fino allo sfinimento, e canta. Antiche ballate d’amore e di passione. Lui la guarda ammaliato, affascinato dalla Maga selvaggia che gli ha preso il cuore, che gli inebria i sensi, che lo fa sentire un Principe.
“Sono tua, mio Signore” gli sussurra lei durante e dopo l’amore, guardandolo con i suoi occhi di brace, le labbra rosse socchiuse. Lui socchiude i suoi, incapace di sostenere quello sguardo rovente. E sospira, ebbro d’amore.

Lei è sempre pronta ad accoglierlo dentro di sé e lui la prende ovunque. Contro il grande banano, da dietro, stringendole forte i fianchi rotondi, e baciando la pelle della schiena, liscia e scura di sole. Sul tappeto di foglie dei baobab, mentre le succhia i capezzoli scuri, lunghi e dolci. Sulla sponda del grande fiume che scorre verso il mare, con i piedi che sfiorano l’acqua, e i corpi sudati che si rotolano sulla terra umida e odorosa. E dopo lei ricomincia a ballare e a cantare attorno al fuoco sacro, nuda, con i lunghi capelli neri che volteggiano con lei, i seni pieni che puntano verso la luna e il sesso ancora in fiamme. Lui la guarda e sorride, felice e appagato.

“Sono stanco di questa foresta e di questo fuoco e delle tue canzoni sempre uguali. Conosco solo questo posto, e te. Non mi basta più. Voglio esplorare le altre sponde del fiume, conoscere le genti che le abitano. Voglio sentire altre canzoni e vedere altre danze”. Le dice un giorno.
“Dopo un po’ sarà tutto uguale” gli risponde  lei triste, consapevole di averlo già perduto.
“Non è vero, sarà sempre tutto nuovo. E io vivrò tante altre avventure. Qua non c’è niente, non c’è nessuno!”
“Ci sono io” sussurra lei guardando le fiamme che ardono altissime.
Ma ormai lui non l’ascolta più, è già lontano con la mente. Prende un’enorme foglia di banano, la mette in acqua e ci sale sopra. La guarda un’ultima volta e va via, lasciandosi trasportare dalla corrente.
falò
“E’ vero” pensa lei pensando a lui “le sponde del fiume sono abitate da tante genti diverse che ti regaleranno forti emozioni, piacere profondo. Ti infiammeranno i sensi e sarai ammaliato da altri copri e altre bocche, mille mani toccheranno il tuo corpo e tu assaggerai altre labbra, succhierai il nettare della lussuria da altri fiori di carne. E poi incontrerai un’incantatrice che ti stregherà e ti farà mille promesse. Tu ci crederai e la porterai con te e insieme vivrete mille avventure. Ti circonderà d’amore e di passione, ti guarderà come se fossi un dio e tu ti perderai dentro di lei. Appagato. Ma la smania, la curiosità, la voglia di nuovo arriverà puntale, a ghermirti. E allora ti renderai conto che il nuovo dopo un po’ diventa vecchio e che c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire, conquistare, assaggiare”.

La barca di foglia di banano scende veloce lungo il fiume dalle acque verdi e lui guarda la vegetazione che cambia ad ogni curva, scopre nuovi fiori e nuovi frutti dietro ogni ansa, alberi mai visti crescono alti e rigogliosi e gli uccelli hanno un canto diverso. Lui  mantiene la sua imbarcazione vicino alla riva e ogni volta che vede un fuoco che arde o sente un canto sconosciuto o scorge corpi ballare, prende la pagaia e approda su quelle sponde. Le tribù che le abitano lo accolgono a braccia aperte, le donne gli offrono piacere e gli uomini si uniscono al gioco selvaggio dei corpi. Nuovi, sempre nuovi. Lui esplora altre bocche, guarda altri occhi, si inebria del profumo di altre pelli e altri sessi. Finché un giorno, all’alba, la vede. E’ lei, l’incantatrice.

Le porge la mano e lei sale sulla barca di foglia di banano, lui guarda gli occhi color del cielo, i capelli che splendono come il sole, le labbra rosate, la pelle candida. Lei lo strega, gli fa mille promesse e lui ci crede e la porta con sé, impaziente di vivere mille avventure con lei. Lei lo circonda d’amore e di passione, lo guarda come se fosse un dio e lui si perde dentro di lei. Durante il loro viaggio si imbattono nella tribù delle donne con tre seni e insieme ne succhiano i capezzoli, ingordi e allegri come due bambini. Lei impazzisce tra le braccia dei guerrieri dal sesso enorme e mai sazio, e lui la guarda godere, con gli occhi appannati di lussuria, mentre si da piacere da solo. Lei accarezza il sesso delle donne dal collo da giraffa mentre lui le penetra, e si fissano con gli occhi appannati di piacere.

Incontrano i nani albini, i lottatori e le lottatrici che si amano con passione e violenza, le donne con il sesso da uomo e le creature che li hanno entrambi, contemporaneamente. E tante altre genti diverse, tribù differenti. Di giorno navigano sul fiume e fanno l’amore più e più volte e la notte si fermano su una riva e sperimentano nuove fonti di piacere. Le lingue instancabili, le mani frenetiche, le bocche sempre aperte e umide, i sessi in fiamme. Ma una mattina, mentre lei dorme felice, lui la guarda, sbatte le palpebre e vede un’altra faccia. Sobbalza spaventato. Gli occhi di brace della sua Maga sono lì e gli sorridono. Il cuore gli fa un capitombolo nel petto e per un attimo, solo per un attimo, risente il suo profumo, il suo canto, la sua risata.
“Ti ho protetto fino ad ora” gli dicono quegli occhi “ho vegliato, ho danzato e ho cantato per te. Ma adesso sono stanca e voglio dormire. Adesso sei solo”. Lui barcolla e sente una grande nostalgia, forse una scintilla dell’antico amore. Ma sa che ormai è tardi.

La visione scompare proprio quando la barca di foglia di banano abbandona il fiume ed entra nel mare. La grande, infinita distesa d’acqua. Senza sponde che si vedono, senza genti che li chiamano, senza nient’altro che acqua. Lei si sveglia, si mette a sedere e trilla: “Il mare!” Si alza in piedi, fa un giro su se stessa e lo abbraccia, baciandolo con passione.
“Non è bellissimo?” gli dice, le gote arrossate dal sole, “è cominciata un’altra meravigliosa avventura e stavolta saremo soli”.
Lui la guarda e vede la stessa faccia del giorno in cui l’ha incontrata, percepisce lo stesso odore, sente la stessa voce. Un brivido lo assale. Soli, saranno soli.
“Sì… ma… ma qua non c’è niente, non c’è nessuno!” dice lui già inquieto e smanioso.
“Ci sono io” sussurra lei guardando le onde che cullano la barchetta di foglia di banano e la trasportano sempre più lontano dal fiume e dalle sue rive piene di genti nuove. E sempre diverse.

Il fuoco sacro sta per spegnersi, le fiammelle bruciano gli ultimi tizzoni ormai quasi del tutto inceneriti. Lei, gli occhi di brace pieni d’amore, le labbra rosse socchiuse, il petto gonfio speranza, si veste dei lunghi capelli neri, sistemandoli come un lenzuolo attorno al corpo a forma di anfora, dalla pelle liscia come seta e scura di sole. Si sdraia accanto al cerchio di pietre che ospitavano le altre fiamme e si abbraccia. Chiude gli occhi e si addormenta. Sogna il suo ritorno, lo vede, stanco e provato, è lì, davanti a Lei, non l’ha dimenticata e non è riuscito a starle lontano.
E la Maga sorride mentre dorme. Sorride anche se sa che è un sogno bugiardo.

Ricetta: Foglie di verza ripiene di riso basmati al curry di zucchine e prugne secche.

Ingredienti per 2 persone:

4 foglie di verza
1 spicchio d’aglio
1 cipolla piccola
2 zucchine piccole
6 prugne secche
150 gr di riso basmati
2 cucchiaini da caffé di curry verde (va bene anche quello giallo) in polvere
1 cucchiaino da caffé di zenzero in polvere
1 cucchiaino da caffé di curcuma
pan grattato q.b.
buccia d’arancia
1 manciata di pinoli
olio e.v.o.
sale q.b.
300 ml, o giù di lì, di brodo vegetale

Prendi le foglie di verza un po’ più interne, sono più morbide, e sbollentale per un paio di minuti circa. Mettile su un canovaccio e asciugale per bene. Lasciale lì a raffreddare e taglia le zucchine a julienne e le prugne a pezzettini piccoli.

Metti quattro  cucchiai da tavola di olio d’oliva in una padella che abbia il coperchio a tenuta, lascialo scaldare e aggiungi la cipolla tagliata finemente, abbassa la fiamma e quando la cipolla diventa trasparente aggiungi l’aglio tritato. Dopo un minuto circa unisci il curry, lo zenzero, la curcuma e un cucchiaio di brodo vegetale. Fai asciugare il composto e aggiungi le prugne.
riso basmati
Dopo una paio di minuti unisci le zucchine e mescola per bene. Alza la fiamma e lascia insaporire il tutto per qualche minuto, mescolando spesso. Aggiungi 1 bicchiere di brodo vegetale e quando bolle abbassa la fiamma, attendi che il liquido si sia asciugato, regola di sale e unisci il riso basmati.

Alza di nuovo la fiamma e fai amalgamare il condimento con il riso. Versa 300 ml di brodo, regola di nuovo il sale, copri e abbassa la fiamma al minimo. Dopo un quarto d’ora controlla la cottura del riso, dovrà essere molto al dente.

Distribuisci il composto che hai lasciato raffreddare sulle foglie di verza, lo devi distribuire in tutta la superficie, lasciando libero solo un lembo largo un dito. Schiaccialo bene e arrotola le foglie formando degli involtini, spennellali con un po’ d’olio e impanali col pan grattato.

Mettili in una teglia e in forno a 250° per dieci minuti. Se è necessario, dipende dal tuo forno, passali al grill per 2/3 minuti. Servile con sopra scorzette di buccia d’arancia tagliate a julienne e qualche pinolo tostato.
verza
Mentre cucini, per lui, per un’amica, o anche solo per Te, accendi una candela alta, del colore che preferisci, indossa bella biancheria intima, quella che ti fa sentire sexy, e qualcosa di rosso. Tutta la ricetta dovrà essere eseguita mentre ascolti la tua musica preferita, quei brani che parlano al tuo cuore, quelli che ti scatenano sensazioni forti, che fanno scaturire bei ricordi, amore e passione. Ti devi sentire bella mentre cucini, in perfetta armonia con i profumi che aleggiano nella tua cucina, con la musica che ti accarezza sia le orecchie che il cuore, e in comunione con il tuo corpo. Con Te.

La sirena dalle squame d’acciaio

Lei viveva in un buco sul fondo dell’Oceano, se l’era fatto scavare dai granchi, e stava sempre lì, con la coda nascosta, i gomiti poggiati sulla sabbia e il mento sui palmi. Mostrava soltanto la testa, il collo e il seno perfetto, con le aureole rosa chiaro e i capezzoli lunghi e grandi, adornati da due stelle marine dorate, con un buco al centro.

Uno squalo l’aveva ghermita e le aveva quasi staccato la coda, le aveva strappato le pinne e tutte le squame indaco e argento. Gliel’aveva lasciata nuda, con la pelle trasparente che mostrava le vene bluastre, chiazze rosso sangue e lunghe cicatrici scure e rigonfie. Lei si vergognava di quell’unica gamba zoppa e deturpata, ridotta a un povero pezzo di carne triste e sfregiato.

Non danzava più insieme alle sue amiche, non cantava e non faceva più l’amore. Non toccava e non si faceva toccare da nessuna sirena e da nessun tritone e aveva quasi dimenticato cosa significasse vibrare sotto il tocco delicato di un’altra coda, di fremere sotto mani sapienti e bocche affamate del suo sesso nascosto sotto le squame indaco e argento. Adesso il suo fiore di carne era esposto come una ferita, si vedevano le labbra, un tempo rigonfie e adesso appassite. Chiuse.

sirene e tritoniLui la sognava tutte le notti e si svegliava regolarmente col sesso duro e bagnato, il respiro corto e le mani serrate. La vedeva piangere disperata mentre si accarezzava la coda offesa e nuda, la sentiva soffrire mentre vedeva i suoi simili godere in frenetiche danze d’amore. Ormai erano mesi che faceva quello stesso sogno e col passare dei giorni si era convinto che lei esisteva davvero, che lo stava chiamando, che le sue lacrime erano una richiesta d’aiuto.

Così una mattina presto, il sole dormiva ancora e il mare respirava tranquillo e profumato, andò al porto e comprò una rete da pescatore con le maglie strette, molto strette. Poi tornò nello scantinato dove lavorava e cominciò a fare l’unica cosa che sapeva l’avrebbe fatta di nuovo felice. Era unfabbro e aveva uno strano potere sui metalli che tra le sue mani si scioglievano come il sesso di una donna in preda al piacere.

Ma quello che gli rispondeva meglio, quello che gli dava più soddisfazione e che lo faceva sentire potente come un dio era l’acciaio. Lui prese la spranga più bella, quella più luccicante e incominciò a sfogliarla. Il freddo materiale, duro e lucente, rispondeva ai suoi desideri, ansioso di accontentarlo e sembrava una cipolla che perdeva la pelle, strato dopo strato.

Dalle lamine sottili creò delle piccole squame di pesce, alcune piccole come unghie, altre grandi come un petalo di rosa. Di giorno lavorava alla coda d’acciaio, di notte sognava la sua sirena e al mattino si svegliava sconvolto dal piacere e dalla vergogna. Perché a lui quella coda oscenamente
deturpata, nuda ed esposta lo faceva impazzire.

Gli piaceva così com’era, piena di cicatrici scure e gonfie, spellata, scorticata a chiazze bianche e rossastre. Anche per questo le stava costruendo una coda nuova, non solo per fare felice lei ma anche per godere di un unico momento di gioia. Sapeva che quando gliel’avrebbe regalata lei, per indossarla, avrebbe dovuto mostrare la sua gamba da pesce sfregiata e lui l’avrebbe finalmente potuto ammirarla da vicino.

E un giorno la finì, attaccò l’ultima lamella d’acciaio a forma di squama, controllò che la lunghissima cerniera nascosta funzionasse, si spogliò e si buttò in mare, con la coda che brillava nascosta dentro una borsetta che portava a tracolla. Non aveva bombole, solo una maschera e sapeva che se quello di cui si era convinto fosse stato falso, sarebbe morto annegato.

Andò in fondo, cominciò a incontrare i primi pesci tra i giardini sottomarini, vide le colline ricoperte di alghe, le foreste di coralli e anemoni e le montagne di roccia scura. E l’aria non gli mancava, non respirava eppure gli sembrava di farlo. Quando arrivò così in profondità dove un uomo non si era mai spinto, incontrò il primo tritone che lo guardò come se fosse un fantasma.

Lui proseguì, sicuro della direzione, mentre altri tritoni e alcune sirene facevano capolino dalle caverne e dagli anfratti nascosti tra le spugne giganti.
“Un umano” sussurravano più esterrefatti e affascinati che spaventati, “un umano che nuota e respira come un pesce”. E lo seguirono, curiosi e increduli.

Quando lei lo vide sgranò gli occhi e cercò di nascondersi dentro il suo buco, ma era troppo corto per contenerla tutta e le rimase fuori tutta la testa con i lunghi capelli indaco che le danzavano morbidi e sinuosi attorno al viso. Lui le sorrise e si avvicinò lentamente, era stanco ed emozionato.
Si impose di non pensare alla coda nascosta perché gli sarebbe diventato istantaneamente duro e avrebbe fatto una figuraccia.

Quando le fu davanti, aprì la borsetta e tirò fuori la meravigliosa guaina dalle squame d’acciaio che brillava così tanto che lei dovette socchiudere gli occhi. Non capì immediatamente cosa fosse, ma quando se ne rese conto schiuse le labbra rosse e carnose e sussurrò:”Oooh!”

sirene

“Vieni” le disse lui facendole un cenno con la mano, gli occhi fissi sul foro rotondo che nascondeva la coda dei suoi desideri. Lei scosse la testa, non voleva farsi vedere.
Per favore” la implorarono gli occhi del ragazzo.
“Girati” gli disse lei usando un dito.
Lui scosse la testa e le porse la coda, ma si tenne a distanza. Lei si passò la lingua sulla bocca, gli occhi che le brillavano. Poi venne fuori, guizzando dal buco in un lampo, mostrando la gamba da pesce nuda e martoriata in tutto il suo splendore.

Lui rimase immobile, a fissarla, riconoscendo ogni centimetro di carne, ogni brandello di pelle sfrangiata, ogni cicatrice e vena spezzata e ricucita. Lei gli strappò la coda d’acciaio dalle mani e cercò di entrarci dentro ma non ci riuscì perché era troppo stretta. Lui la lasciò fare per un po’, sorridendo e godendosi lo spettacolo della lunga gamba pinnata che danzava, si contorceva, si mostrava meravigliosamente oscena.

Lei lo guardò implorante e lui le tolse il suo nuovo vestito alle mani, aprì la cerniera e glielo fece indossare. Era perfetto, sembrava la sua vera pelle, e le stava benissimo. Lei l’abbracciò e lo baciò, prima premendogli forte le labbra sulle labbra. Poi schiudendo la bocca, offrendogli e cercando la sua lingua. Quando si staccarono, lei era in fiamme, lui pensava alla coda nuda.

Lei lo portò in una caverna e lo fissò con una luce selvaggia negli occhi, si piegò a novanta gradi e gli offrì il sesso glabro e da troppo tempo dimenticato. Lui le si avvicinò, l’abbracciò e le sussurrò all’orecchio:
“Spogliati”.
Lei rimase ferma, stupita, non capiva. Ma quando si rese conto che cosa voleva, si allontanò e gli disse: “No!” scuotendo violentemente la testa, la faccia scura.
“Ti prego… io la amo. Amo la tua coda così com’è, con le sue cicatrici profonde… imperfetta, spaventevole e bellissima. La voglio accarezzare, baciare, stringere… nuda”.

Lei tremava, con le iridi blu come il fondo del mare dentro quelle marroni come la terra che la imploravano. E fu proprio in quel momento che la vide, la vide dentro gli occhi di lui, la sua coda nuda, impressa dentro quegli occhi dolci, come un marchio di fuoco. Lentamente abbassò la cerniera e la coda di squame d’acciaio si aprì,  la  gamba storpiata sgusciò fuori e gli si piazzò davanti. Fiera e regale.

Lui l’afferrò per le anche la sollevò e le appoggiò la bocca sul sesso glabro e scoperto, glielo sfiorò con le labbra. Poi cominciò a deporre piccoli baci bagnati su ogni centimetro di ogni cicatrice, di ogni spellatura, graffio e rigonfiamento della pelle.

Lei rimase immobile e improvvisamente sentì una cosa nascerle dentro, proprio dal centro del petto, un impulso profondo e irrefrenabile. E finalmente rise, di cuore.
Di nuovo.

Ricetta: sarde in crosta di scaglie di mandorle…

Ingredienti per due persone:

1/2 chilo di sarde fresche
2 albumi
100 gr di scaglie di mandorle
1 cucchiaino di farina
olio di semi di arachidi
sale q.b.

Per guarnire:

salsa di soia
crema di aceto balsamico
coriandolo fresco

Pulisci, o fatti pulire dal pescivendolo le sarde, aprendole a libro. Separa i tuorli dagli albumi e sbattili insieme al cucchiaino di farina. Passaci le sarde e “impanale” con le scaglie di mandorle. Friggile nell’olio di semi di arachidi finché le mandorle non saranno dorate. Falle risposare un poco in un foglio di carta assorbente. Prepara una salsina con la salsa si soia, la crema di aceto balsamico e il coriandolo tritato. Impiatta le sarde e metti qualche goccia della salsa su ognuna.

sarde… con insalata di patate e melograno

Ingredienti per due persone:

2 grosse patate novelle o quattro medio/piccole
1/2 melograno
un paio di foglie di menta
succo di 1/2 o 1 lime, dipende dalla grandezza e succosità
olio e.v.o.
sale q.b.
pepe bianco
polvere d’aglio

Lessa le patate, sbucciale, lasciale raffreddare e tagliale a dadini regolari. Sgrana il melograno e spremi la buccia, cercando di recuperare il succo dei chicchi rimasti intrappolati. Aggiungi i chicchi alle patate e aggiusta di sale, condisci l’insalata con il succo di lime, quello del melograno, le foglie di mentuccia a pezzetti, un spruzzata di aglio in polvere e una di pepe.

melograno
Mentre cucini, per lui, per un’amica, o anche solo per Te, indossa una parrucca colorata, la trovi a poco prezzo in qualsiasi negozio che vende articoli per feste e costumi di carnevale. O anche in un normale negozio di parrucche. Non importa il colore, scegli quello che preferisci, decidi tu che sirena vuoi essere. E canta. Canta mentre cucini, con la tua bellissima parrucca colorata in testa. Canta per te e per chi vuoi tu. Solo in questo modo la ricetta verrà eseguita correttamente. Perché dentro ci sarà anche il tuo canto e la tua allegria. E tutto il tuo amore. Per Te.